Nota: questo è un riassunto, spero il più fedele possibile, del manifesto di Ventotene. Ho cercato di modernizzare il linguaggio e ridurlo il più possibile (circa il 50%), mantenendo la scrittura come se fossimo ancora nel 1941, in modo da ricreare l’atmosfera di speranza e incertezza che caratterizzava quel delicato periodo storico, ma rendendolo accessibile anche ai miei studenti. Chiedo scusa se non sempre ho rispettato la concordanza dei tempi e la forma appare sciatta, ma ho dovuto tagliare e semplificare molto.
Questo testo non vuole assolutamente sostituire l’originale, anzi, spero che possa invogliarvi a leggerlo, perché il vero “Manifesto” è scritto in un linguaggio ricco e potente, bellissimo, e per questo vi rimando al link del Senato della Repubblica dove potrete scaricarne una copia del vero Manifesto di Ventotene, la stessa che ho utilizzato io.
Il Manifesto si divide in 4 parti:
- “La crisi della civiltà moderna”, dove viene spiegato come dal principio di libertà, inizialmente molla del progresso e della nascita delle nazioni, si sia giunti al nazionalismo, alle dittature e alle guerre, e come alla base di questa trasformazione ci sia la lotta fra ceti privilegiati e meno abbienti
- “I compiti del dopoguerra: l’unità europea”, dove viene spiegato come non sarà sufficiente (siamo ancora nel 1941) sconfiggere la Germania, ma se si vorranno prevenire la rinascita degli stati totalitari e il ritorno delle guerre è necessario cogliere l’occasione della guerra in atto per avere il coraggio di creare una Europa unita di tipo FEDERALE, dotata di una propria autonomia e di una difesa comune
- “I compiti del dopoguerra: la riforma della società”, dove viene spiegato che la nuova Europa dovrà riprendere quel cammino di civiltà e progresso interrotto dalla degenerazione degli stati nazionali e diventare una società di tipo socialista, ma non una dittatura come in URSS bensì democratica e che garantisca libertà servizi sociali a tutta la popolazione. Il compito dello stato europeo sarà quello di indirizzare l’economia verso il benessere dell’intera società e non solo di pochi
- “La situazione rivoluzionaria: vecchie e nuove correnti” dove viene spiegato che le vecchie strutture politiche sono inadeguate a questa trasformazione: le democrazie liberali vanno bene per gestire l’ordinario, ma sono impotenti in tempi di crisi, mentre le formazioni comuniste, pur ispirate da fini condivisibili, si trasformano ben presto in sistemi totalitari, riproponendo nuove ingiustizie e discriminazioni.
Nel riassunto ho mantenuto le suddivisioni originali e, spesso, molte frasi che mi piacevano, compresa la bellissima conclusione finale.
Se volete leggere questo riassunto comodamente, potete scaricare una copia in PDF
Buona lettura
Il Manifesto di Ventotene
“Per un’Europa libera e unita”
Ventotene, agosto 1941
I – LA CRISI DELLA CIVILTÀ MODERNA
La civiltà moderna si basa sul principio della libertà, che afferma che l’uomo non deve essere solo uno strumento per gli altri, ma un individuo libero di decidere della propria vita. Con questo principio in mente, è iniziato un grande cambiamento storico che ha influenzato tutti gli aspetti della vita sociale che non rispettano questa libertà.
1) Si è affermato il diritto di tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, riconosciuto per le sue caratteristiche etniche, geografiche, linguistiche e storiche, doveva avere uno stato che rispondesse alle sue esigenze senza interferenze esterne.
Questa ideologia dell’indipendenza ha spinto al progresso, superando i campanilismi e creando una solidarietà contro l’oppressione straniera. Ha migliorato le condizioni di vita delle popolazioni più arretrate, estendendo a loro le istituzioni delle nazioni più sviluppate.
Tuttavia, questa stessa ideologia ha portato anche al nazionalismo, al colonialismo, che ha dato origine agli stati totalitari e alle guerre mondiali.
La nazione non è più pensata come il risultato naturale di una convivenza storica tra individui, ma come un’entità che deve pensare solo al proprio benessere, senza preoccuparsi degli altri. La sovranità assoluta degli stati ha generato il desiderio di dominare gli altri, considerandoli come territori da conquistare per garantirsi risorse e libertà di movimento.
Così, lo stato, che doveva proteggere la libertà dei cittadini, è diventato un padrone che imponeva loro il servizio per massimizzare l’efficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati solo come pause tra le guerre, il potere militare prevaleva su quello civile, rendendo sempre più difficile il funzionamento di istituzioni politiche libere. La scuola, la scienza e l’economia venivano orientate per preparare alla guerra. Le madri erano considerate solo come fattrici di soldati e premiate per questo, mentre i bambini venivano educati alla guerra e all’odio. Le libertà individuali venivano annullate, poiché tutti dovevano servire nell’esercito.
Gli stati totalitari sono stati quelli che hanno messo in pratica più efficacemente il controllo centralizzato e l’autarchia, risultando così i più adatti all’ambiente internazionale dell’epoca. Quando una nazione adottava il totalitarismo, le altre tendevano a seguirla, spinte dalla necessità di sopravvivere in un mondo sempre più dominato dal militarismo.
2) Con l’affermarsi del diritto di tutti i cittadini di partecipare alla formazione della volontà dello stato, la politica ha cercato di riflettere le esigenze di tutte le categorie sociali. Questo ha permesso di correggere molte ingiustizie derivanti dai vecchi regimi. Tuttavia, con l’espansione del diritto di voto e la libertà di stampa, è diventato difficile mantenere i vecchi privilegi. I più poveri hanno cominciato a usare questi strumenti per combattere i diritti delle classi abbienti, chiedendo riforme come l’aumento delle tasse sui redditi non guadagnati, l’istruzione gratuita, le riforme agrarie e la protezione sociale. Queste richieste hanno messo in pericolo le posizioni dei ceti privilegiati.
Anche i privilegiati che avevano accettato l’uguaglianza politica, non potevano tollerare che le classi povere cercassero una vera uguaglianza sociale. Dopo la Prima Guerra Mondiale, quando la minaccia divenne troppo forte, molti di questi ceti hanno sostenuto l’instaurazione di dittature per fermare le lotte sociali.
Nel frattempo, la crescita di grandi complessi industriali, bancari e sindacali, che cercavano di influenzare il governo per soddisfare i propri interessi, minacciava di frammentare lo stato in tante piccole “baronie” economiche. I sistemi democratici liberali, diventati strumenti di questi gruppi per sfruttare la collettività, hanno perso prestigio, e ha preso piede l’idea che solo uno stato totalitario potesse risolvere i conflitti che le istituzioni democratiche non riuscivano più a gestire.
I regimi totalitari, una volta al potere, hanno consolidato la posizione delle categorie sociali esistenti, limitando ogni possibilità di cambiamento attraverso il controllo poliziesco e l’eliminazione dei dissidenti. In questo modo, sono stati protetti i privilegi di chi possedeva terre o capitali, mentre la miseria delle masse popolari è rimasta immutata. Il regime economico si è mantenuto incentrato sull’arricchimento di pochi, mentre le risorse venivano indirizzate per soddisfare i desideri di chi poteva permetterselo.
Per controllare le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati in strumenti di sorveglianza, sotto il diretto controllo del governo. Se qualche cambiamento veniva fatto, era solo per esigenze militari, spesso in alleanza con le aspirazioni dei ceti privilegiati, rafforzando così i regimi totalitari.
3) Contro l’autoritarismo dogmatico, si è affermato il valore dello spirito critico, che chiede sempre una spiegazione per tutto ciò che viene affermato. Grazie a questo atteggiamento, la società ha raggiunto importanti conquiste in vari settori. Tuttavia, questa libertà di pensiero è stata minacciata dall’ascesa degli stati totalitari.
In questi regimi, si impongono nuovi dogmi da accettare senza discussione. Per esempio, l’idea di una razza superiore, pur essendo scientificamente infondata, è stata promossa per alimentare l’odio e il nazionalismo. Anche concetti economici fondamentali sono stati ignorati per spacciare come grandi novità idee superate come l’autarchia e il mercantilismo. Inoltre, la geopolitica è stata usata per giustificare il colonialismo, sostenendo l’idea, del tutto infondata, di “spazi vitali”.
La storia è stata falsificata per giustificare il potere della classe dominante, e i libri non allineati sono stati rimossi. Le tenebre dell’oscurantismo sono tornate a minacciare il pensiero libero. Anche i principi di libertà e uguaglianza sono stati ridotti: le persone non sono più cittadini liberi, ma servitori dello stato, e le decisioni sono imposte dalla volontà dei potenti. L’individuo non è più libero, ma deve obbedire alla gerarchia che culmina in un capo divinizzato. Il regime delle caste è tornato, dividendo la società in “superiori” e “inferiori”.
Il totalitarismo ha trionfato in vari paesi, ma la Germania nazista è diventata la potenza che ha portato questo sistema al massimo livello. Dopo aver preparato la sua ascesa con astuzia, la Germania ha coinvolto altri paesi, come l’Italia e il Giappone. L’obiettivo era l’imperialismo mondiale. Una vittoria nazista avrebbe significato il consolidamento definitivo del totalitarismo, con una divisione netta tra chi governa e chi subisce.
Anche una possibile pace compromissoria porterebbe a un ulteriore rafforzamento del totalitarismo, costringendo gli altri paesi a seguire lo stesso modello politico. Tuttavia, (ricordo, siamo nel 1941) la resistenza di paesi come la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica ha rallentato l’avanzata tedesca, dando tempo all’America di prepararsi. Inoltre, la Cina sta combattendo l’imperialismo giapponese, e così le energie delle potenze totalitarie si stanno lentamente esaurendo.
Il movimento di resistenza è ora in crescita in tutti i paesi occupati, e le forze progressiste stanno tornando in azione. Le classi lavoratrici e intellettuali, che erano state sopraffatte dalla paura o dalle promesse di miglioramento, stanno rialzando la testa. Anche gli imprenditori1 e le persone che non accettano la servitù stanno lottando per un cambiamento. La salvezza della civiltà dipende ora da queste forze, che combattono contro il totalitarismo per un futuro migliore.
II – I COMPITI DEL DOPO GUERRA – L’UNITÀ EUROPEA
La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente alla riorganizzazione dell’Europa secondo il nostro ideale. Durante la crisi che seguirà, con i territori nazionali devastati dalla guerra, le masse popolari cercheranno una guida. Tuttavia, i gruppi più privilegiati nei vecchi sistemi tenteranno di ricostruire gli stati nazionali, con l’aiuto dei dirigenti inglesi e americani, per mantenere il loro potere.
Le forze conservatrici – i capi delle forze armate, i grandi capitalisti, i proprietari terrieri e le alte gerarchie religiose – preoccupate dal crollo dell’ordine cercheranno di mantenere i propri privilegi. Si presenteranno come difensori della pace e del benessere popolare, ma sappiamo che in passato hanno manipolato i movimenti popolari per i loro scopi. La loro proposta principale sarà la restaurazione dello stato nazionale.
Il patriottismo, un sentimento forte tra le masse, sarà usato dai conservatori per convincere il popolo a sostenere la ricostruzione degli stati nazionali. Se dovessero riuscirci, anche se gli stati fossero democratici o socialisti, il ritorno al potere delle forze reazionarie sarebbe inevitabile. Le rivalità nazionali risorgerebbero, e ogni stato cercherebbe di risolvere i propri problemi con la forza. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti a dominare e le masse a essere dominate.
Il problema principale da affrontare è l’abolizione definitiva degli stati nazionali sovrani. La sconfitta della Germania ha fatto sentire il destino comune dei popoli europei: o subiranno il dominio hitleriano o entreranno in una crisi rivoluzionaria, senza più barriere tra i vari stati. La guerra ha aperto gli occhi di molti, e oggi c’è una maggiore predisposizione per una riorganizzazione federale dell’Europa.
È ormai evidente che non possiamo mantenere un equilibrio tra stati indipendenti con la presenza della Germania militarista. Né possiamo dividere la Germania dopo la sua sconfitta senza un progetto di lungo termine. Nessun paese può restare neutrale mentre gli altri si battono. La Società delle Nazioni ha dimostrato di essere inutile senza una forza militare che imponga le sue decisioni.
Le problematiche internazionali (minoranze etniche, confini problematici, questioni territoriali) troverebbero una soluzione più semplice in una Federazione Europea. I piccoli conflitti tra i paesi europei potrebbero essere risolti come problemi interni di una federazione, come è successo in passato per i piccoli stati che si sono uniti per formare grandi nazioni.
La fine dell’isolamento britannico e la dissoluzione dell’esercito francese hanno ridotto la sicurezza di alcuni paesi, rendendo più facile un accordo su una federazione europea. Inoltre, la Gran Bretagna ha riconosciuto l’indipendenza dell’India, e la Francia ha perso il suo impero, il che rende più possibile trovare un accordo europeo sui problemi coloniali.
La scomparsa di alcune dinastie e la debolezza di quelle rimaste favoriranno l’idea di una Federazione Europea, poiché le monarchie rappresentavano un ostacolo a una riorganizzazione razionale dell’Europa. Le vecchie dinastie non possono più impedire l’unione dei popoli europei in uno stato federale.
Una federazione europea rappresenterebbe anche la base per la cooperazione pacifica con altri popoli, come quelli asiatici e americani, in attesa di una futura unità politica mondiale. Una federazione europea garantirebbe un ordine stabile e promuoverebbe la cooperazione internazionale.
Oggi la differenza tra i partiti progressisti e conservatori non è più tra socialismo e democrazie liberali, ma tra chi vuole difendere gli stati nazionali e chi lotta per un sistema internazionale solido. I progressisti devono orientare le forze popolari verso la creazione di uno stato federale europeo, mentre i conservatori cercano di ripristinare i vecchi stati nazionali.
Con la propaganda e l’azione, è necessario costruire un movimento che unisca le forze per creare una federazione europea. Questo nuovo organismo, con un esercito comune al posto degli eserciti nazionali, supererebbe le autarchie economiche e avrebbe la capacità di far rispettare le decisioni comuni, pur mantenendo l’autonomia degli stati. Se ci sarà un numero sufficiente di persone che comprenderanno questa necessità, la vittoria sarà a portata di mano, e la nuova Europa, libera e unita, prenderà forma.
III – I COMPITI DEL DOPO GUERRA LA RIFORMA DELLA SOCIETÀ
Costruire un’Europa unita e libera è essenziale per rilanciare la civiltà moderna dopo l’era totalitaria. La fine di quest’era deve segnare la ripresa della lotta contro le disuguaglianze sociali. L’obiettivo è una società socialista europea che migliori le condizioni di vita delle classi lavoratrici.
Il socialismo proposto non deve seguire un modello rigido: non si tratta di abolire completamente la proprietà privata o di statizzare tutta l’economia, come accaduto in URSS, dove si è creato un regime oppressivo. Il vero principio del socialismo è che l’economia deve servire l’uomo e essere controllata per il bene comune. Le forze produttive devono essere orientate e le iniziative individuali devono essere incoraggiate, sempre in un contesto di equità.
La proprietà privata deve essere gestita in modo flessibile, limitata o estesa a seconda dei casi, senza rigidità ideologica. In questo senso, è fondamentale creare un’economia europea libera da militarismo e burocrazia, che liberi i lavoratori sia dal capitalismo che dai regimi comunisti.
Tra i punti principali del programma ci sono:
- Nazionalizzare le imprese che gestiscono risorse strategiche, come le industrie elettriche, siderurgiche, minerarie, bancarie e belliche. Queste dovranno essere sottratte ai privati, senza preoccupazioni per i diritti acquisiti.
- Redistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, intervenendo su grandi patrimoni e sulle successioni, riformando l’agricoltura e l’industria per favorire la cooperazione e l’azionariato popolare nei settori non statalizzati.
- Supportare i giovani per ridurre le disuguaglianze iniziali nella “lotta per la vita”. La scuola pubblica deve diventare un mezzo di mobilità sociale, facendo in modo che i più capaci, non importa se privi di mezzi, possano raggiungere i più alti gradi di istruzione, e formando anche professionisti in grado di rispondere alle esigenze del mercato.
- Grazie alla produzione di massa, è possibile garantire a tutti un livello di vita dignitoso, senza ricorrere ad assistenza umiliante. Lo Stato deve assicurare un minimo garantito, ma incentivando il lavoro e il risparmio, affinché nessuno sia costretto ad accettare condizioni di lavoro disumane.
- La liberazione dei lavoratori non avverrà attraverso sindacati trasformati in monopoli. I lavoratori devono essere liberi di eleggere i propri rappresentanti per trattative collettive, di organizzarsi in sindacati, ma questi non devono diventare “pezzi” dello stato.
La trasformazione sociale deve creare un ampio consenso attorno al nuovo ordine, che garantisca libertà politica grazie all’indipendenza economica e alla consapevolezza critica della cittadinanza. Questo porterà a un controllo democratico della classe dirigente.
Infine, vanno trattate due questioni istituzionali:
- I rapporti tra Stato e Chiesa: si critica il Vaticano per il suo legame con i regimi autoritari e si propone l’abolizione del Concordato e uno Stato laico, che rispetti tutte le fedi senza finanziare la religione pubblicamente.
- Il rifiuto del corporativismo fascista: il sistema corporativo è visto come una farsa repressiva. Anche se rappresentativo, non può prendere decisioni politiche generali. I sindacati devono collaborare con lo Stato, ma senza funzioni legislative, per evitare un nuovo autoritarismo mascherato.
Il progetto è ambizioso: una società europea libera, giusta, razionale e fondata su solidarietà, partecipazione e libertà reale per tutti.
IV – LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA: VECCHIE E NUOVE CORRENTI
Dopo la caduta dei regimi autoritari, si apriranno nuove libertà: libertà di parola, di associazione e di azione politica. Questo segnerà il trionfo delle idee democratiche, che si distribuiscono tra diverse posizioni, dal liberalismo conservatore all’anarchismo. Queste correnti credono che la società possa rinnovarsi spontaneamente, attraverso il consenso popolare, senza imporre una direzione dall’alto.
Il sogno di molti democratici liberali è che il popolo possa scegliere liberamente come organizzare il proprio sistema politico, tramite un’assemblea costituente eletta da tutti i cittadini. Tuttavia, questa democrazia liberale funziona solo in tempi di stabilità, quando il sistema ha bisogno solo di modifiche leggere, non di una rivoluzione totale. In tempi di crisi, i democratici si trovano in difficoltà: non riescono a rispondere all’urgenza del momento e non sono in grado di guidare il cambiamento necessario. Le democrazie liberali non hanno saputo fermare i totalitarismi.
In questi momenti rivoluzionari, quando il vecchio sistema è caduto, sorgono spontaneamente assemblee popolari. Queste però sono confuse, perché ogni gruppo cerca di imporre la propria visione, e il popolo non sa bene cosa fare. I democratici, invece di proporre una direzione chiara, cercano di costruire consenso attraverso discorsi, ma finiscono per perdere il controllo della situazione e permettono alle forze reazionarie di riprendere il potere. Così, diventano un ostacolo al cambiamento piuttosto che un motore.
Se questa fase di incertezza dura troppo, le forze democratiche si indeboliranno, e si tornerà agli antichi sistemi politici pre-totalitari, con la lotta sociale che riprenderà come prima, con le solite divisioni tra classi sociali. Ma oggi l’idea della lotta di classe, che ha avuto un valore storico tra gli operai, non basta più per cambiare profondamente la società. I lavoratori rischiano di isolarsi e di non allearsi con le altre classi, rimanendo concentrati solo sulle loro rivendicazioni.
I comunisti, pur avendo una visione simile, si differenziano per la loro organizzazione rigida e disciplinata. Hanno capito che per vincere serve coesione interna, e per questo sono più efficaci dei democratici in momenti di crisi. Tuttavia, isolandosi troppo dalle altre forze rivoluzionarie, agiscono in modo troppo settario e non riescono a mantenere una politica coerente. Quando non hanno alleati, cadono nella retorica estremista e la loro azione diventa inefficace.
Se la lotta post-totalitaria rimanesse confinata solo a livello nazionale, il risultato sarebbe la frammentazione del fronte progressista e la possibilità che i gruppi reazionari riconquistino il potere. Anche i comunisti, nonostante le loro difficoltà, potrebbero sfruttare il malcontento per instaurare un nuovo dispotismo burocratico, come è successo in Russia.
Per superare la crisi delle ideologie tradizionali, è necessario che nasca un nuovo partito rivoluzionario, che si distacchi dalle vecchie strutture politiche e sia capace di guidare il rinnovamento in Europa. Questo partito non può essere improvvisato al momento della crisi, ma deve cominciare a formarsi subito (ricordo che siamo nel 1941), costruendo una rete militante disciplinata e consapevole, unita da una visione comune del futuro. Non deve essere una coalizione temporanea di tendenze diverse, ma un’organizzazione solida, che possa resistere anche in condizioni difficili.
Il nuovo partito deve rivolgersi a tutti coloro che sono oppressi dal regime totalitario, attraverso una propaganda che colleghi le singole rivendicazioni a una visione di trasformazione sociale. Il partito deve concentrarsi principalmente su due gruppi: la classe operaia, che è meno sottomessa al totalitarismo, e gli intellettuali, in particolare i giovani, che sentono il bisogno di una nuova direzione spirituale.
Un movimento che non sappia unire queste due forze è destinato a fallire. Se composto solo da intellettuali, sarà privo di una base di massa sufficiente a travolgere le resistenze reazionarie. Se composto solo da operai, mancherà della chiarezza teorica necessaria per affrontare la situazione. Solo unendo queste due forze si potrà ottenere una vera spinta rivoluzionaria.
Durante la crisi rivoluzionaria, il compito del partito sarà quello di guidare le forze popolari spontaneamente emerse, dando loro una direzione chiara. La sua legittimità non deriverà dalla semplice approvazione popolare, ma dalla sua consapevolezza di rappresentare le esigenze profonde della società. Sarà il partito a stabilire le prime leggi del nuovo ordine, ponendo le basi per un nuovo Stato e una nuova forma di democrazia.
Questo nuovo regime rivoluzionario non deve sfociare in un altro dispotismo. Se saprà creare condizioni reali di partecipazione e libertà, il nuovo sistema evolverà verso una democrazia vera, fondata su basi più solide e consapevoli. Il compito storico, oggi, è quello di abbandonare le vecchie strutture e mentalità, e promuovere il rinnovamento con nuove energie, in particolare tra i giovani e tra coloro che hanno compreso la vera crisi della civiltà europea. Queste persone saranno i protagonisti di un progetto rivoluzionario che supererà i limiti e gli errori dei movimenti del passato.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.2
Riassunto dal testo originale di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni
1Credo che qui sia un chiaro riferimento ad Adriano Olivetti.
2Questa è proprio la frase conclusiva del testo originale
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