La recente vicenda degli arresti avvenuti a Genova il 27 dicembre impone un approccio particolarmente attento e responsabile nella valutazione dei fatti e nella comunicazione pubblica. Si tratta di una materia estremamente delicata, che richiede equilibrio, rigore giuridico e consapevolezza del contesto politico e istituzionale nel quale essa si colloca. Voglio provare ad esaminare i fatti sotto questa prospettiva.

Ruolo degli attori e responsabilità della comunicazione

È comprensibile che le associazioni palestinesi, trovandosi direttamente coinvolte e parte in causa, abbiano adottato toni netti e radicali nella propria difesa. Tale impostazione rientra nella legittima reazione di chi percepisce un attacco diretto alla propria comunità.

Diversa, invece, è la responsabilità di chi opera in Italia (singoli individui come me o associazioni o partiti politici) con l’obiettivo di promuovere la pace e il rispetto dei diritti del popolo palestinese.

In quanto attori “terzi” rispetto alle parti in conflitto, siamo chiamati ad adottare una comunicazione sobria, istituzionale e autorevole, capace di convincere e di costruire consenso per promuovere una soluzione giusta, non per fomentare odio. In politica, ricordiamo, l’efficacia non risiede nella contrapposizione muscolare, bensì nella forza argomentativa e nella credibilità delle posizioni espresse.

Inoltre, nel contesto italiano attuale, segnato da un acceso confronto sulla riforma della giustizia, appare indispensabile evitare ogni forma di delegittimazione generalizzata della magistratura, che rappresenta un pilastro essenziale dello Stato di diritto.

Il quadro giuridico italiano

È opportuno ricordare che, nell’ordinamento italiano, l’azione penale è obbligatoria. In presenza di notizie di reato riconducibili a ipotesi di terrorismo (presunto, fino all’accertamento definitivo da parte dell’autorità giudiziaria) gli inquirenti hanno il dovere di indagare e la magistratura quello di adottare le misure ritenute necessarie. Su modalità e proporzionalità di tali misure è legittimo interrogarsi e discutere, ma senza mettere in discussione il principio stesso dell’autonomia e dell’indipendenza della funzione giudiziaria.

Fatti noti e contestazioni

Secondo le informazioni disponibili, gli arresti si inseriscono nell’ambito di una presunta affiliazione all’organizzazione Hamas. Le ipotesi accusatorie, allo stato attuale, riguarderebbero attività di sostegno economico, attraverso la raccolta di fondi destinati al finanziamento, più o meno indiretto, di tale organizzazione.

Le prove addotte a sostegno di tali accuse proverrebbero da fonti israeliane, le quali hanno autonomamente qualificato Hamas come organizzazione terroristica, definizione che non è accettata da tutte le nazioni rappresentate all’ONU.

La definizione di terrorismo nel diritto internazionale

A questo proposito è necessario ribadire che non esiste una definizione univoca e universalmente accettata di terrorismo nel diritto internazionale. La qualificazione di un’organizzazione o di uno Stato come “terrorista” è pertanto un’operazione estremamente delicata, che non dovrebbe mai essere rimessa unilateralmente a una delle parti coinvolte in un conflitto.

La definizione più frequentemente richiamata è quella contenuta nella risoluzione 49/60 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1994, secondo cui il terrorismo consiste in:

«Atti criminali intesi o calcolati a provocare uno stato di terrore nel pubblico, in un gruppo di persone o in individui specifici, per fini politici, e che sono in ogni circostanza ingiustificabili, qualunque siano le considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di altro tipo che possano essere invocate per giustificarli.» ( https://digitallibrary.un.org/record/172281?ln=en)

Ulteriore riferimento fondamentale è rappresentato dalla risoluzione 1566 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità l’8 ottobre 2004, che ribadisce al punto 3:

gli atti criminali, compresi quelli contro civili, commessi con l’intento di causare la morte o gravi lesioni personali, oppure la presa di ostaggi, con lo scopo di provocare uno stato di terrore nel pubblico in generale o in un gruppo di persone o in singole persone, di intimidire una popolazione o di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un atto, che costituiscono reati rientranti nell’ambito di applicazione e come definiti nelle convenzioni e nei protocolli internazionali relativi al terrorismo, non sono in nessuna circostanza giustificabili mediante considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di altra natura analoga, e invita tutti gli Stati a prevenire tali atti e, qualora non siano prevenuti, a garantire che tali atti siano puniti con pene proporzionate alla loro grave natura. (https://digitallibrary.un.org/record/532676?ln=en)

Preoccupazioni e cautele necessarie

Alla luce di quanto precede, rinnovo la piena fiducia nella capacità della giustizia italiana di accertare la fondatezza delle accuse che hanno condotto agli arresti, ma non posso tacere preoccupazioni circa il contesto mediatico e le conseguenze di tali operazioni.

In primo luogo, interventi di questa natura, rivolti a cittadini italiani fino ad oggi non coinvolti in reati analoghi, sono stati immediatamente utilizzati in modo strumentale da una parte del dibattito politico nazionale, con l’evidente intento di delegittimare la legittima lotta di resistenza di un popolo invaso e martoriato e di coloro che anche qui in Italia, come in tantissimi altri stati del mondo, ne sostengono le ragioni.

In secondo luogo, le accuse e le prove provengono da uno Stato, quello israeliano, oggetto a sua volta di indagini e contestazioni a livello internazionale per reati di analoga, se non maggiore, gravità rispetto a quelli imputati ai palestinesi. Tale circostanza impone un supplemento di prudenza, al fine di preservare l’oggettività e la neutralità che il nostro Paese afferma di voler mantenere, evitando di accogliere acriticamente accuse provenienti da una delle parti in causa.

È da apprezzare il comportamento delle forze dell’ordine italiane che, nell’esecuzione degli arresti, hanno rassicurato gli interessati che non saranno consegnati a Israele. Ciò conferma, se ve ne fosse bisogno, la differenza di professionalità e di garanzie offerta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine rispetto a talune posizioni e narrazioni veicolate da esponenti governativi e da canali comunicativi spesso apertamente propagandistici.

Sono infine fiducioso che un esame attento e rigoroso delle accuse potrà condurre alla loro caduta e alla liberazione degli arrestati, come già avvenuto in precedenti casi analoghi, come, ad esempio, per l’Imam di Torino. Se così non dovesse essere e si riscontrassero comportamenti illeciti, ciò non toglierebbe nulla alla tragedia del popolo palestinese ed all’appoggio alla sua causa, che non merita di essere offuscata da comportamenti criminali. Resta in ogni caso evidente l’esistenza di una volontà politica volta a reprimere la voce del popolo palestinese, ma anche la presenza, all’interno delle nostre istituzioni, di una componente autenticamente democratica capace di opporsi a un uso strumentale del potere.

Una questione democratica più ampia

Quanto accaduto contribuisce ad accrescere il livello di allarme per lo stato della democrazia nel nostro Paese. Essa appare sottoposta a pressioni crescenti, come dimostrano i tentativi di silenziare le voci critiche nel mondo della scuola, di sottoporre al controllo dell’esecutivo la magistratura — contabile e ordinaria — e di alimentare una pericolosa escalation del conflitto politico e sociale, funzionale all’introduzione di misure repressive che rischiano di essere normalizzate nell’opinione pubblica.

L’esperienza storica degli anni Settanta insegna quanto sia facile cadere in simili trappole. Non dobbiamo lasciarci trascinare in un clima da “anni di piombo”. Dobbiamo difendere la democrazia e la Costituzione con le nostre voci, nelle piazze, nei territori e nei luoghi di lavoro, consapevoli di essere nel giusto e certi che, finché sarà in vigore la nostra Costituzione antifascista, esisteranno istituzioni capaci di tutelarci anche di fronte a forzature da parte di governi dalla dubbia fede democratica.

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