Nei miei 62 anni di vita ho festeggiato tanti 25 Aprile.

Sin da quando, bambino, il maestro ci spiegava il significato di questo giorno speciale.

Poi, ancora, da studente di liceo, negli anni ‘70, andavo in piazza il 25 Aprile per continuare a testimoniare il valore delle enormi conquiste che la lotta di liberazione dal fascismo ci aveva dato.

E poi più in là negli anni, quando con l’ANPI ho cominciato a parlare di antifascismo, resistenza e liberazione nelle scuole, agli studenti.

Oppure come oratore nelle celebrazioni pubbliche, come oggi a Portalbera, a onorare il ricordo di quanti hanno dato la loro vita per la libertà, anche in queste pacifiche terre:

Giuseppe Carini, Franco Cavanna, Pietro Chiesa, Carlo Manelli, Arnaldo Negri, Pasquale Rovati.

Eppure questo 25 Aprile è diverso.

Cade in un momento drammatico: oggi il mondo è sull’orlo di una guerra.

E’ un mondo pieno di ingiustizie, un mondo pericoloso, attraversato da tante crisi, sociali, ambientali, religiose, economiche, un mondo flagellato dalla guerra come in Somalia, in Ucraina, in Palestina, solo per ricordarne alcune. Anzi, quella in Palestina non è neanche definibile una guerra: è un massacro di innocenti ad opera di un governo criminale.

La ragione più profonda di questa situazione sta nella ingiusta ripartizione delle risorse nel mondo, nello sfruttamento indiscriminato delle risorse planetarie da parte di pochi paesi ricchi.

E’ una forma moderna di colonialismo, che getta nella disperazione centinaia di milioni di persone nel mondo, costringendole ad abbandonare le loro case per cercare salvezza in un Occidente che, a sua volta, non è più quel luogo felice e prospero di qualche decennio fa.

Il nostro sistema, quello in cui siamo cresciuti, che ci hanno fatto credere essere il migliore del mondo, questo libero mercato che doveva risolvere tutti i mali, sta mostrando ormai palesemente il suo fallimento, la sua impotenza.

E’ un sistema in cui, anche nelle nazioni ricche, i poveri diventano sempre di più e sempre più poveri, e i ricchi sempre più ricchi, fino al punto da vedere un miliardario ostentare con vergognosa indifferenza un viaggio di divertimento nello spazio mentre nella sua stessa nazione più di metà della popolazione non ha, di fatto, garantita una assistenza sanitaria.

E di fronte ai disperati della terra, presenti anche negli stessi stati ricchi, che chiedono di potersi sedere alla tavola e mangiare anche loro, i potenti che sino ad oggi hanno fatto e disfatto i destini del mondo, pur di non perdere i loro privilegi, spesso costruiti sullo sfruttamento di lavoratori in patria o all’estero, ricorrono all’unica strategia che conoscono quando si vedono minacciati: produrre armi e scatenare un’altra guerra.

Ecco allora che ritorna la funesta idea del nazionalismo.

Si creano nemici ad arte, si accende l’odio verso i diversi, si rivendica il diritto ad invadere e sottomettere altri popoli in nome di un presunto quanto ingiustificabile “bisogno di spazio vitale”.

Per un paese ricco come il nostro o come gli Stati Uniti è molto più comodo dirottare la rabbia dei propri cittadini verso i migranti piuttosto che affrontare le rivendicazioni di chi chiede, giustamente, il riconoscimento della propria parte di quella ricchezza nazionale che è il prodotto di una collettività, e non di un singolo.

E’ questa l’essenza del Capitalismo.

Lo disse bene Margaret Thatcher, che di questo pensiero è stata una feroce portavoce: non esiste la società, solo individui e famiglie, disse la premier Inglese.

Da questa visione si deduce che se alcuni individui sono più capaci di altri di arricchirsi è solo un loro merito. Gli altri sono incapaci, sono lo “scarto umano”, e guai a pretendere di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro.

La nostra Costituzione, quella nata dalla Resistenza, è invece una voce che riconosce le persone, con la propria dignità, portatrici di diritti e di relazioni tra loro.

È il patto posto a fondamento della nostra Repubblica, firmato in nome dell’uguaglianza e dei diritti e dei doveri di ciascuno di noi.

Questo insieme di persone che si relazionano si chiama società, e il grado di civiltà di una società lo si legge nelle norme che regolano le relazioni fra le persone, in primo luogo nei rapporti tra i più forti e i più deboli.

La nostra Costituzione rigetta l’idea che esistano uomini di scarto, ripudia l’idea che le contraddizioni fra persone e stati si debbano risolvere con la violenza o la guerra.

Per questo, in questo giorno in cui vogliamo ribadire questi concetti, il mio cuore è pieno di tristezza.

E’ venuta a mancare l’unica voce nel mondo che, con grandissima autorevolezza, con forza, con coraggio, in questi anni ha parlato alle persone di tutto il mondo, ha detto a tutti i cuori in ascolto “svegliatevi, siamo in pericolo, svegliatevi, l’Umanità sta perdendo la sua strada maestra.”

La morte di Papa Francesco ci lascia tutti tremendamente soli.

Papa Francesco è stato un amico e un riferimento per noi dell’ANPI.

Pur se con ruoli diversi, da posizioni diverse, dicevamo la stessa cosa: nel mondo siamo tutti fratelli, senza distinzioni di colore, di lingua, di religione.

Papa Francesco ha continuato fino all’ultimo dei suoi giorni a parlare di pace, di dignità della persona, di uguaglianza.

Lo ha fatto contro ogni speranza, lo ha fatto sentendosi deriso da chi lo chiamava putiniano, comunista, da chi diceva che era un papa estremista o sognatore.

Ha continuato a farlo, sempre, con la convinzione che fosse la cosa giusta, anche in punto di morte, quando ha detto che non può esistere pace senza disarmo.

E’ proprio grazie all’esempio di persone come Francesco, che tanti, come ad esempio i volontari dell’ANPI, quelli che soccorrono i migranti in mare, coloro che si battono per difendere la legalità, la pace, la sanità pubblica, la scuola pubblica, è proprio grazie ad esempi come quelli di Francesco che questa moltitudine di persone continua a ricordare e ad insegnare ai più giovani che un altro mondo è possibile, che l’Europa unita e l’Italia Repubblicana, sono nate per portare giustizia, per portare pace e non per difendere i privilegi di pochi o per portare guerre.

Ecco perché oggi ci sentiamo più soli e tristi.

Ed ecco perché oggi trovo importante sottolineare ancora una volta il valore di questa libertà e di questa pace di cui abbiamo più o meno costantemente goduto in questi 80 anni.

Vedete, quella che noi ricordiamo come la guerra di liberazione non è stato solo un episodio militare.

E’ stato qualcosa di molto, molto più profondo. E’ stato un momento di cambiamento del mondo.

Il cambiamento non è sempre lineare.

Inizia in modo sottile e controverso, ma quando si arriva ai punti di svolta questi sono caratterizzati da momenti critici, traumatici, e le guerre ne sono una manifestazione.

La seconda guerra mondiale è stata proprio questo, è stata un drammatico momento in cui un ordine mondiale è stato messo in crisi e sostituito da un altro.

È stato messo in crisi quel sistema che ci aveva accompagnato dalla fine dell’800 e nella prima parte del ‘900, fatto di piccole nazioni che si facevano guerra fra loro o andavano a conquistare terre in Asia e Africa col pretesto di portare la civiltà, ma in realtà solo per arricchire la propria nazione.

Era il nazionalismo, che ha prodotto, alla fine, il fascismo e il nazismo.

L’Europa ha conosciuto feroci guerre per l’idea di nazione, e il culmine lo ha avuto nelle due guerre mondiali, guerre in realtà prevalentemente europee, fra stati nazionali contrapposti.

Le guerre non hanno mai risolto il problema: ad esempio, in Europa, dalla guerra franco prussiana del 1870 si è passati alla prima guerra mondiale, e il risultato è stato solo l’esasperazione dei desideri di rivincita degli sconfitti, della voglia di riprendersi uno spazio economico, di fare i conti con il nemico, reo di aver affamato la propria nazione.

Fino ad arrivare alla nascita del nazismo.

E quindi, nuovamente, un’altra guerra per imporre uno stato nazionale su altri stati nazionali.

La seconda guerra mondiale fu il risultato di un modo fallimentare di concepire il mondo.

Un mondo in cui, per risolvere ingiustizie e tensioni interne agli stati, si cercava un nemico fuori piuttosto che maggiore giustizia al proprio interno.

Invece di cercare una convivenza si cercava un pretesto, da entrambe le parti, per fare la guerra.

E che questo fosse un pericolo grandissimo per l’umanità un punto drammatico dal quale si poteva anche non uscirne mai più, lo capirono chiaramente in tanti in quell’Europa degli anni ‘40 del ‘900.

Quei tanti che da subito si batterono contro quella che era l’occupazione nazifascista dell’Europa, e non semplicemente per “fermare Hitler”, ma soprattutto per costruire un mondo nuovo.

A questo proposito mi piace ricordare tre italiani, tre antifascisti, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, che, al confino sull’isola di Ventotene per le loro idee, seppero scrivere poche semplici chiare parole, il manifesto di Ventotene, per dirci che soltanto l’unione dei popoli attorno ad un interesse comune potrà spezzare finalmente il circolo mortale delle sovranità nazionali in conflitto e potrà garantire un futuro di pace.

Il manifesto di Ventotene ci dice che l’Europa dovrà unirsi ed essere il nucleo per una più ampia visione mondiale di unità, che superi gli stati nazionali in nome di una economia sociale, guidata dalla società tutta e non dagli interessi di pochi.

Un mondo in cui gli interessi delle persone devono venire prima del denaro.

Purtroppo a decidere il destino del mondo spesso sono quelli che hanno il potere di farlo, potere economico e militare, e il nuovo ordine mondiale fu deciso a Jalta dalle grandi potenze, fu deciso da americani e russi, con la partecipazione degli inglesi, che si divisero il mondo in zone di influenza.

Tuttavia quel sogno di una Europa unita, libera e in pace, dagli Urali all’oceano Atlantico, fu un seme che ha continuato a germogliare.

Molte delle idee di quel Manifesto le ritroviamo nella nostra Costituzione.

Ad esempio le ritroviamo quando andiamo a leggere l’articolo 42 che dice che la proprietà privata può essere anche espropriata quando è necessario per fini di pubblica utilità: ciò va fatto ovviamente nel rispetto di quelli che sono titolari di diritti ma comunque mettendo sempre in primo piano l’interesse collettivo.

Lo spirito di Ventotene lo ritroviamo nei primi articoli della Costituzione quando si afferma che la Repubblica deve tutelare l’interesse dei deboli e mettere tutti in condizioni di parità.

E questo spirito lo ritroviamo nella dichiarazione di Schuman che nel 1952 dette origine alla CECA, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, che vide lavorare a questo progetto unitario il cancelliere tedesco Adenauer e il primo ministro italiano De Gasperi.

È stato il primo seme che poi ha portato alla nascita di un’Unione Europea che, per lo meno fino agli anni’ 90, si sperava potesse essere veramente la realizzazione e la concretizzazione di quel sogno.

Purtroppo le cose a volte vanno diversamente.

Ed è poi successo che quelle forze di cambiamento, quelle forze a cui anche noi dell’ANPI facciamo riferimento, quelle forze che trovano il loro pensiero scritto nella Costituzione italiana, quelle forze il cui pensiero in larghissima parte coincide con quello che ci ha detto Francesco in tutti questi anni, quelle forze sono state sopraffatte, vivono oggi un momento di grave difficoltà.

Vediamo intorno a noi la cultura del denaro prevalere su tutto: conta di più avere l’ultimo smartphone che leggere un buon libro.

Vediamo prevalere la cultura della sopraffazione, sia fra gli stati che fra le persone, nei luoghi di lavoro o di vita comune.

Oggi chi è debole, oppresso, sfruttato da questo sistema, non si rende conto che la colpa è del suo sfruttatore.

Vede la colpa in un fratello che scappa dalla fame o dalla guerra, vede come un nemico colui che viene a chiedergli aiuto.

Ecco la ragione vera dell’avanzata della destra in Europa e nel mondo: l’incapacità dei nostri sistemi democratici occidentali di garantire dignità ai poveri e agli oppressi, che finiscono per farsi incantare da chi propone facili soluzioni, facili ma menzognere, disumane, nemiche della pace e della convivenza fra i popoli.

Quando le parole di Francesco contro la cultura dello scarto ci ricordano che siamo tutti fratelli, io mi ci ritrovo, noi dell’ANPI ci ritroviamo.

Per 80 anni abbiamo difeso una costituzione che dice proprio questo, dice che siamo tutti fratelli che tutti abbiamo una stessa dignità e umanità e che questa va difesa, dice che è compito della collettività difendere, integrare, proteggere, così come è dovere di ciascuno dare il proprio contributo alla collettività, alla Repubblica.

Ecco perché questo 25 Aprile sentiamo il dovere di continuare la nostra lotta.

E’ un momento cupo, vediamo attaccati tutti i punti di riferimento che abbiamo avuto, e vediamo nuovamente, il mondo scivolare verso una guerra che potrebbe annientarci tutti e dalla quale, comunque, ne uscirebbero vincitori soltanto i soliti, quelli che producono e vendono armi e quelli che si dividono il mondo come se fosse una torta.

Da una guerra ne uscirebbe sconfitta l’umanità tutta!

Ecco perché in questo 25 Aprile è doveroso continuare, insieme, la lotta per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione, del sogno di una Europa di Pace, di un mondo in cui nessuno si senta escluso.

E occorre continuarla seguendo l’esempio che c’è stato dato da questo uomo che fino all’ultimo dei sui giorni non ha mollato.

L’esempio di Francesco dà coraggio e forza a noi, che pure non siamo più giovanissimi, per continuare a dedicare energia tempo, passione, per dire ai giovani “svegliatevi, perché il futuro dell’umanità dipende da voi, dipende delle scelte che saprete fare, dipende dal coraggio che avrete nell’informarvi, dalla voglia di studiare, per poi uscire da libri e parlare, dire agli altri che posto meraviglioso potrebbe essere il mondo in cui viviamo, se solo lo volessimo veramente”.

Gli appelli per un mondo di pace e giustizia diventano sempre più flebili, ma non ci stancheremo, continueremo a parlare tutti i 25 Aprile futuri, anche se qualcuno cerca di cancellare di questa data.

Il 25 Aprile, nei progetti di chi adesso ci governa, potrebbe velocemente essere ridotto ad una classica festività nazionale di seconda categoria.

Ricordo un’altra data importante per la storia d’Italia, il 4 novembre.

Un tempo era festa nazionale, si stava a casa, si celebrava, oggi è diventata una data su un calendario, in cui se ne ricorda più che altro l’aspetto militare, non secondario, certo, ma quella data aveva anche un altro significato, quello di una patria comune per cui tutti gli italiani avevano lottato e dalla quale si aspettavano il mantenimento di una promessa, promessa che fu tradita con l’avvento del Fascismo.

Ecco, la mia paura è che il 25 Aprile possa fare questa fine, possa diventare una festa secondaria.

E’ questo che temo quando sento parlare con troppa leggerezza di “pacificazione” o di “ricerca di una memoria che metta d’accordo tutti”.

La resistenza fu la rivolta civile di tutti gli italiani onesti, di tutti i partiti, da monarchici a comunisti, contro una dittatura che aveva avvilito l’Italia.

I partigiani, i militari italiani che dopo l’8 settembre si unirono alla Resistenza, carabinieri come Salvo D’acquisto che si scarificarono per ideali di giustizia, sono state innanzitutto persone che, nel momento delicato della loro vita, fecero una scelta e capirono che non era più il caso di stare nascosti o di lasciare che le scelte le facessero altri, furono giovani che si armarono e seppero affrontare un nemico tremendo per poter affermare ideali di giustizia, di libertà, di fraternità.

A voi che oggi guardate smarriti e magari vi chiedete che cosa potete fare, la risposta è una: occorre alzare da testa e dire NO.

Occorre riappropriarsi degli strumenti di democrazia che ancora abbiamo, occorre tornare a manifestare nelle piazze.

Occorre andare a votare, e votare per partiti che siano chiaramente ancora ispirati ai valori della Costituzione.

Occorre andare a votare l’8 e il 9 giugno prossimi per quei referendum che ci danno una possibilità concreta di riprenderci spazi importanti della nostra vita, come i diritti sul lavoro o come il concedere, giustamente, la cittadinanza italiana a quei figli di persone venute da lontano che qui sono cresciuti, o addirittura nati, e hanno frequentato nella nostra scuola.

I referendum, le elezioni, la partecipazione alla vita politica, sono momenti di democrazia preziosi. Disertarli sarebbe una cosa stupida, sarebbe una cosa vile.

Ma non basta pensare di aver fatto il proprio dovere andando a votare.

Occorre che ciascuno di noi, sempre, anche in una semplice chiacchierata a cena con gli amici, non smetta mai di difendere il principio del rispetto della dignità umana, anche se è da solo a farlo, e non tacere pensando che sia meglio star zitti per quieto vivere.

In fondo, se ci pensate, è l’esempio che ci ha dato Francesco: solo contro il mondo dei potenti a tenere alta la bandiera della Pace.

Se noi che cerchiamo di parlare di pace, che cerchiamo di parlare di uguaglianza, che cerchiamo di parlare di sanità pubblica, di giustizia, se noi stiamo zitti, allora a parlare saranno gli altri, saranno quelli che seminano odio, saranno quelli per cui è il mercato a decidere chi vale e chi deve essere scartato.

Se stiamo zitti prevarranno coloro per i quali l’unica cosa importante è far quadrare i conti delle imprese e a cui non importa se non quadrano i conti di una famiglia che non arriva a fine mese.

E non gli importa se per far quadrare i conti si fanno morire i lavoratori per risparmiare sulla sicurezza.

No, non possiamo lasciare che a parlare nel mondo, sia soltanto il denaro e tutto quello che ne consegue, dobbiamo fare in modo che a parlare nel mondo siano nuovamente gli uomini di buona volontà.

Se sapremo fare questo, allora tutti questi anni che abbiamo passato tenacemente a celebrare il 25 Aprile, a difendere i valori costituzionali, a difendere il sogno europeo, ad affermare che gli uomini sono tutti uguali quelli ideali, forse, avranno ancora speranza. E la avremo anche noi.

Buon 25 Aprile.

Portalbera, 25 Aprile 2025

Salvatore Salzano, ANPI, sez. Luigina Albergati, Stradella

Views: 504

Condividi questo post: