Credo che quanto sta succedendo in questi giorni a Gaza stia spingendo molti di noi a cercare di capire, andando oltre la semplificazione strumentale di una informazione frettolosa, molto spesso pilotata e succube di ragioni che poco hanno a che fare con la verità, una informazione figlia di un sistema di comunicazione sempre più lontano da quanto descritto nell’articolo 21 della Costituzione.

Fa molto comodo descrivere la realtà in termini di bene/male, bianco/nero, colpevole/innocente.

Eppure la realtà è qualcosa di molto più complesso, non può essere banalizzata in un twitter. Affonda le sue radici nella storia dei popoli e delle persone, nella loro geografia, nei vissuti personali, nei sogni, nelle speranze deluse.

La scuola dovrebbe educare a comprendere la complessità, ad analizzare tutti gli aspetti, a saperli soppesare per poter arrivare non solo ad un “nostro giudizio” ma a prendere una posizione che sia utile per fare qualcosa di buono e giusto, come, tanto per capirci, contribuire a costruire un mondo di pace per tutti, per dare all’umanità una seconda possibilità ed evitare di morire tutti in un bagno di sangue.

Questo richiede studio, in quanto solo la conoscenza che nasce da una cultura non nozionistica ma ben interiorizzata può renderci cittadini liberi, consapevoli, in grado di partecipare alle scelte della politica, e non di seguire come pecore al macello gli squallidi personaggi che oggi dominano, quasi incontrastati, la politica mondiale.

I fatti di questi giorni, il massacro di civili innocenti, il triste spettacolo di una comunità impotente che assiste inerte al compiersi di una tragedia che si poteva, si doveva evitare, mi spingono a fare l’unica cosa che sono in grado di fare: parlare ai giovani, dare loro una possibilità di capire quello che sta succedendo, svelare le bugie con cui vengono “allevati”. Poi, se saranno in grado di capire, sapranno cosa scegliere in base ai loro valori e alle loro idee, ma, appunto, in base ai loro valori e alle loro idee, e non in base agli interessi di chi vorrebbe farne dei consumatori passivi o, peggio, dei soldati da mandare a combattere una guerra ingiusta.

Non è semplice. Non basta suggerire libri da leggere o video da guardare. Insegno in un liceo e posso constatarlo ogni giorno. Oggi gli studenti non sanno più leggere e comprendere un testo. Non sono più capaci di seguire un video in cui si argomenta a fondo. Probabilmente i miei studenti non saranno neanche in grado di comprendere a fondo quello che sto scrivendo in questo momento. Non è solo colpa loro: sono cresciuti con schede, quiz, televisione spazzatura. I genitori, invece di leggergli le favole, sin da piccoli gli mettevano in mano un tablet o un cellulare e magari ridevano compiacenti nel vedere i loro figli comportarsi come “ometti” o “piccole donne”.

Allora ho pensato che quello che posso fare è ritornare al significato delle parole. Le parole della storia, della geografia, del diritto, della civiltà. Capire il significato delle parole può forse essere un modo di ripartire, e ritrovare un linguaggio per capire, ed essere finalmente liberi e, contemporaneamente, solidali con tutti gli altri essere umani che, davvero, sono come noi, hanno sangue come il nostro nelle vene, ma ci vengono additati come nemici da coloro che vogliono sfruttarci a loro piacimento.

Userò parole semplici, mi sforzerò di essere breve, e, se necessario, indicherò video da vedere e articoli o libri da leggere. Quindi non saranno assolutamente “lezioni”, rigorose e precise, ma solo piccole riflessioni. E spero che possa un giorno servire a rendervi cittadini più consapevoli e quindi a salvare vite umane, vite come quelle che muoiono nel Mediterraneo o in Palestina o in Ucraina o nelle mille altre parti del mondo dove regna l’ingiustizia.

Ai futuri cittadini servono “le parole per capirlo”.

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