Questo contributo è relativo al sistema di valutazione nella scuola, intendendo la valutazione sotto due aspetti: sistema nel complesso e singoli attori che vi operano.

Un sistema di valutazione è fortemente connesso allo stesso concetto di autonomia scolastica. Ci sono alcune ragioni di ordine generale che valgono per qualsiasi sistema, e, in particolare per quanto attiene a sistemi sociali, possiamo così riassumerle:

  • se non controlli l’esito delle tue azioni, non sei responsabile, e se non sei responsabile non sei autonomo;

  • senza autonomia la scuola diventa un luogo dove le energie migliori sono imbrigliate e mortificate, un luogo di trasmissione burocratica di scelte fatte altrove

  • se vogliamo che la scuola svolga la sua funzione al meglio, dobbiamo darle autonomia, ma occorre anche che un sistema tanto complesso non vada fuori controllo;

  • la valutazione serve quindi a far funzionare al meglio il sistema scuola, correggendo gli errori e propagando le “buone pratiche”

Un sistema di valutazione è importantissimo e necessario per la bontà della Scuola Pubblica.

INVALSI e valutazione

Sembra però che il sistema di valutazione della Scuola Italiana sia ormai ridotto esclusivamente a test INVALSI e pagelline del dirigente. Questo è forse uno dei frutti più velenosi contenuti nella legge 107.

Sull'(in)efficacia e l'(in)utilità degli INVALSI hanno scritto in parecchi, ma credo che più di tutti valga la pena leggere quanto ha scritto il primo presidente dell’INVALSI (fino al 2001) e uno dei pilastri della pedagogia italiana, Benedetto Vertecchi  ( http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/test-invalsi-e-proprio-valutazione.flc )

Su questo argomento vorrei solo aggiungere una considerazione.

E’ sicuramente buona cosa avere un efficace sistema di valutazione per la scuola, intesa anche come singola realtà operante in un territorio, che individui i punti di criticità negli istituti e nelle singole classi, segnalandoli in primis ai docenti che ne sono interessati e quindi anche ai loro studenti.

Gli istituti scolastici hanno bisogno di sapere in che modo stanno operando, per potersi porre obiettivi e quindi verificarli.

E ciò può poi essere riportato ad un contesto territoriale più ampio, per poter orientare le politiche nazionali sulla Scuola, per capire dove occorre investire di più e, dove occorre, eventualmente anche sanzionare comportamenti non adeguati. Occorre però constatare che i test INVALSI, come sono concepiti adesso, non vanno in questa direzione: semplicemente tentano di ricavare un giudizio sulla bontà di un istituto attraverso dei test su conoscenze di base che fotografano solo una situazione istantanea, che non viene seguita nel tempo, e non riguarda né la totalità dell’azione dell’istituto né lo svolgimento del processo educativo.

Eppure l’INVALSI (inteso come istituto) avrebbe comunque un ruolo importante. Lo scopo dell’INVALSI potrebbe essere quello di produrre test e materiali di valutazione sulle discipline per ogni ordine di scuola (quindi non solo italiano, matematica e, forse, inglese, ma anche elettronica, topografia, sistemi, chimica, economia etc etc…). Attraverso un lavoro a campione, incrociando sia gli obiettivi ministeriali che i programmi effettivamente svolti, si potrebbero costruire verifiche, griglie di correzione, test, prove strutturate e non, corredate da soluzioni e dati circa i livelli rilevati su base nazionale.

Questi materiali dovrebbero essere messi a disposizione degli insegnanti come strumento per il loro agire quotidiano, un aiuto ad orientarsi nel loro percorso. Una cosa intelligente sarebbe che l’INVALSI li mettesse a disposizione sul suo sito, magari anche con un sistema di e-learning, e consentisse ai colleghi che lo vogliono di utilizzarle come verifiche dei prerequisiti e del raggiungimento dei livelli minimi. In questo modo ciascun docente li potrebbe utilizzare per sapere se sta procedendo secondo quelli che sono degli standard di livello nazionale e, in caso contrario, intervenire sulla propria classe.

Si passerebbe così da test “a tappeto”, costosi e, tutto sommato, poco indicativi in quanto focalizzati solo su un aspetto limitato della realtà scolastica, a indagini campionarie finalizzate a produrre strumenti di lavoro che dovrebbero uniformare il funzionamento della scuola sul territorio.

Periodicamente potrebbero essere effettuate delle indagini campionarie per validare gli strumenti e adeguarli alle mutate esigenze.

Si tratterebbe di un lavoro di ricerca specialistico, che potrebbe addirittura incrementare l’importanza di INVALSI nel sistema scolastico italiano.

Quindi, in sintesi, l’INVALSI andrebbe utilizzato come sistema per fornire strumenti di lavoro e di valutazione ai docenti e alle scuole, e parallelamente, in grado di ricavare, a campione, il quadro della situazione del sistema scuola italiano.

Si potrebbe poi lasciare ai singoli istituti il compito di autovalutare le proprie prestazioni, utilizzando la combinazione di strumenti ritenuto più opportuno fra quelli messi a disposizione da INVALSI.

Chi, scuola o singolo docente che sia, lavora onestamente ne trarrebbe certamente vantaggio dal rendersi conto che i propri studenti non raggiungono l’asticella dei contenuti minimi, traendone anche indicazioni immediatamente operative su come migliorare.

Chi non lavora onestamente (e non sono poi tantissimi, contrariamente a quanto viene raccontato in giro) probabilmente continuerebbe a farlo fino a quando un giorno, speriamo non lontano, gli arrivi in classe un pool di ispettori che lo mette sotto il microscopio, ad esempio secondo il modello utilizzato in Francia.

Merito, meritocrazia, competizione e collaborazione

Qui si tocca un secondo aspetto del meccanismo autonomia-valutazione: il riconoscimento dell’impegno di chi lavora nella scuola.

La parola “meritocrazia” è fuori dalla mia portata ideale. Non so bene cosa significhi. Ritengo che ciascun lavoratore, in qualsiasi settore, debba fare quanto gli viene richiesto con zelo, competenza, onestà. Poi, ovviamente, sta nelle disponibilità individuali, soprattutto in un contesto come la scuola, metterci quell’impegno e quella passione in più che possono rappresentare un importante valore aggiunto.

Le differenze che la natura crea fra gli individui non possono essere motivo di “premio” da parte della società. Se ad insegnarmi “Fisica” ho la fortuna di avere Albert Einstein, ne sarò ben felice, ma il buon Albert non avrebbe nessun motivo di essere pagato di più del suo più modesto collega Antonio Rossi, fermo restando che entrambi si impegnino con zelo nei limiti delle loro potenzialità e degli obblighi derivanti dal loro contratto di lavoro.

Voglio però accettare la sfida lanciata dai cultori del “merito” e provare ugualmente a ragionare sul concetto di “meritocrazia”.

Cominciamo, ovviamente, con l’eliminare il suffisso “crazia”: la scuola deve essere governata secondo i principi della Costituzione e dagli organi previsti dalle leggi, e da nessun altro, che si tratti di merito o qualsiasi altra cosa. Comunque non credo che nessuno, dotato di normale intelletto, abbia mai inteso dire che nella scuola debbano comandare i più meritevoli e capaci. Quindi “crazia” non significa “governo”.

Se con “meritocrazia” intendiamo mettere gli individui in competizione gli uni con gli altri per spingerli a dare di più, alettandoli con un premio in denaro, allora questo non solo non rientra nella finalità di un sistema di valutazione volto a far meglio funzionare la scuola, ma addirittura, in un contesto in cui il lavoro di equipe è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi didattici e pedagogici, diventa controproducente. Affermare che la competizione fra gli individui, in un contesto in cui si deve lavorare in modo coordinato per motivare e far crescere degli adolescenti, possa migliorare il processo ed il risultato, significa non conoscere neanche lontanamente come lavora un gruppo di insegnanti in un consiglio di classe. L’idea del premio al merito è una scelta dettata da una pura visione ideologica del rapporto fra individui.

Se per “meritocrazia” intendiamo invece “mobilitare le energie migliori e stimolare ciascuno a dare il massimo di sé”, sempre e solo nell’ottica di un contributo individuale al funzionamento di un collettivo, allora la parola “meritocrazia” assume un significato positivo. Deve essere privilegiato un sistema scuola in cui ciascuno dia il massimo di sé, nell’ambito del proprio lavoro. Questo può essere reso possibile dall’autonomia organizzativa, che dovrebbe eliminare gli ostacoli che si oppongono alla sperimentazione e alla creatività degli insegnanti. Non va però dimenticato che in un contesto lavorativo occorre adeguatamente motivare le scelte di impegno sia qualitativo che quantitativo. E’ normale e giusto: nessuno fa niente per niente, ma come farlo senza ricadere nella trappola del “premio al più meritevole”?

Se l’autonomia, per funzionare, ha la necessità di mobilitare e incentivare le risorse migliori della scuola, occorre prestare molta attenzione al modo in cui ciò viene fatto. Un sistema di valutazione della professionalità e del lavoro docente potrebbe anche servire in tal senso.

Affinché ciò si avveri occorre allora puntualizzare alcuni aspetti negativi della legge 107 e del dibattito che in generale si è fatto sulla valutabilità del lavoro docente.

Cerchiamo di capire cosa è veramente questo “merito da premiare”.

Innanzitutto si è troppo insistito sulla necessità di premiare il lavoro accessorio dei docenti: sembra che un bravo docente sia quello che passa più ore a scuola o che partecipa a “tanti progetti”. Non è vero: il focus dell’attività del docente è seguire gli studenti, motivarli, adottare stili di insegnamento quanto più possibile personalizzati e adattati ai contesti.

Il docente deve lavorare per gli studenti e con gli studenti, non deve passare il proprio tempo a fare il sito per la scuola o il segretario tuttofare del dirigente. Per quello, semmai, si prevedano figure apposite. Magari anche reclutandole fra gli stessi docenti, ma sottraendoli, a quel punto, all’attività di insegnamento, anche solo per periodi limitati e magari non in modo totale. Mi spiego con un esempio: se si ritiene che in una scuola sia necessario portare avanti un progetto sulla legalità che implica una gran mole di lavoro aggiuntivo si può benissimo, con l’organico dell’autonomia, prendere un docente che insegna “Diritto”, esonerarlo dal 50% del proprio monte ore e assegnargli il compito di occuparsi del progetto legalità, per due, tre o dieci anni. Senza prevedere nessuna variazione stipendiale, ma semplicemente utilizzando in modo diverso parte del suo monte ore. Sostenere invece che per 500 euro in più l’anno si possa fare di tutto e di più, senza danno alcuno per il lavoro con gli studenti, significa non conoscere la realtà.

In secondo luogo c’è un annoso dibattito sulla possibilità di distinguere un docente “migliore” da un altro. L’accademia su questo non è per niente concorde. Il lavoro del docente è troppo ricco di variabili che ne influenzano il risultato per poter pensare ad un meccanismo di valutazione semiautomatico fatto con griglie e indicatori pseudo oggettivi. C’è però una cosa su cui tutti sono più o meno d’accordo: ci sono effettivamente docenti che per il loro modo di lavorare sono capaci di motivare e stimolare gli studenti, ottengono i risultati migliori (non nel senso dei test INVALSI, ma nel senso di sviluppare nei discenti quelle soft skills di cui tanto si parla in Europa), hanno una esperienza e una preparazione che fa la differenza, e ciò indipendentemente che lavorino in comodi contesti liceali delle grandi città piuttosto che in un istituto professionale della più remota periferia. Un tempo ci si riferiva a costoro come “i docenti per vocazione”.

Queste persone vanno incentivate, attivate, devono diventare il motore trainante dell’istituto in cui lavorano. Come riconoscerli? Come incentivarli?

Circa il primo punto mi pare che la risposta sia abbastanza semplice. Non occorre inventare nulla di nuovo, ma è sufficiente guardare alle migliori esperienze in ambito europeo. Penso che un pool di ispettori, che segua il lavoro del docente nell’arco, poniamo, di una settimana, sia in grado di cogliere tutti quegli aspetti qualitativi che fanno la differenza. E’ il sistema in funzione in Francia, da anni, con ottimi risultati. A parte i casi in cui gli ispettori vengono chiamati per presunti gravi carenze del docente, meno di quanto si possa credere, in realtà in Francia sono gli stessi docenti a chiedere di essere sottoposti alla visita ispettiva, perché da questa conseguono anche avanzamenti di carriera o riconoscimenti. Mi rendo conto che un sistema di ispettori “alla francese” costa, ma stiamo parlando proprio del fatto che occorre investire sulla scuola pubblica.

Il secondo punto è strettamente discendente da quanto appena detto: come li incentiviamo? Occorre pensare ad una carriera per i docenti. E’ sicuramente sbagliato pensare che la carriera possa essere soltanto una serie di scatti di anzianità totalmente automatici, tuttavia, in una professione in cui l’esperienza conta, forse molto più che in altri settori, occorre comunque tener conto dell’anzianità. Si potrebbe quindi pensare ad una carriera ibrida: prevedere una decina di livelli professionali, che maturerebbero comunque ogni quattro anni, con la possibilità di accelerare la progressione della carriera sottoponendosi, non prima di due anni dall’ultimo avanzamento di posizione, ad un esame che parta da una relazione della propria attività didattica nel biennio e sia corredato da una interazione con gli ispettori e il comitato di valutazione. In sostanza che ritiene di “dare di più” qualitativamente, potrebbe far valutare il proprio lavoro e progredire più rapidamente negli scatti stipendiali.

In aggiunta a questa ipotesi, potrebbe altresì essere affidata agli organi di gestione di ciascuna scuola (rilanciando il ruolo del Comitato di valutazione) la possibilità di differenziare le mansioni, anche come meccanismo di riconoscimento di attitudini particolari. L’esempio che ho portato prima, sul progetto legalità, ne è una testimonianza, ma si potrebbero inventarne tanti altri, come, ad esempio, prendere docenti particolarmente esperti e stimati e utilizzarli per affiancare docenti giovani, con un mix di compresenza e tutoraggio. Sarebbe questo anche un modo efficace per rispondere al problema dell’allungamento dell’età pensionistica. Sicuramente un docente di sessant’anni può essere molto più utile nel trasmettere ai più giovani le proprie competenze che non essere impiegato per il 100% del proprio tempo in classi che spesso diventano sempre più problematiche. Tutto questo, in presenza di un organico dell’autonomia, può essere fatto senza particolari costi aggiuntivi.

In conclusione, per ridare slancio alla scuola, orientarla e valorizzare le energie che essa sicuramente ha al suo interno, si potrebbe prevedere un mix di strumenti, dall’INVALSI all’ispettorato fino alle singole unità scolastiche, ciascuno inquadrato con compiti ben precisi e coordinato.

L’obiettivo è quello di ridare efficienza al sistema scuola nel complesso, stimolando i docenti alla collaborazione finalizzata al miglioramento complessivo del sistema e fornendo al sistema Paese anche un rendiconto più realistico del funzionamento della Scuola. L’obiettivo ultimo non è quello di individuare qualcuno da premiare e altri da punire, ma quello di far migliorare tutto il sistema, portandolo a raggiungere gli obiettivi fissati dalle necessità del Paese. In fondo, questo è anche lo stesso spirito con cui opera ciascun singolo docente nei confronti della propria classe: nessun docente entra in classe con l’obiettivo di individuare i bravi e bocciare gli altri!

Anzi, un sistema di valutazione dovrebbe servire proprio per individuare le realtà più problematiche per poter investire maggiormente in esse: non vanno premiate le scuole migliori, ma vanno aiutate quelle che hanno più problemi. Infatti è o non è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”?

Invece l’architettura prevista dalla legge 107, con i test a tappeto e inseriti negli esami di fine ciclo, i premi ai docenti fedeli, la mortificazione dell’esperienza, l’incentivo alle scuole progettificio, ha come risultato quello di affossare la scuola pubblica: invece di investire veramente nella valutazione di sistema lo si abbandona in una innaturale logica di competizione suicida. Poi, chi vorrà una preparazione migliore, potrà bene andare in scuole private, dove verranno garantiti livelli superiori, ma a pagamento!

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