Uno studente mi ha recentemente chiesto “Perché Gaza è così importante per noi italiani? Perché dovremmo manifestare per i palestinesi?” Ho provato a rispondergli inquadrando il tema alla luce del diritto e del futuro del mondo. E questo è il risultato delle mie riflessioni. Spero possano essere utili anche ad altri.

La tregua che non è pace: il diritto internazionale davanti alla tragedia palestinese

Da più di due anni nei territori palestinesi occupati la vita si consuma tra le macerie, la fame, i bombardamenti o le quotidiane violenze.

Le immagini che giungono da Gaza — quartieri ridotti in polvere, ospedali distrutti, famiglie intere spazzate via, oltre 240 giornalisti palestinesi deliberatamente presi di mira e uccisi per impedire loro di documentare quanto accade (come il 25 agosto all’ospedale Nasser), l’uso della fame come strumento di ricatto — raccontano di una popolazione civile intrappolata in una spirale di violenza da cui non riesce a uscire.

Non va meglio in Cisgiordania, dove le violenze dei coloni israeliani contro i palestinesi, alle quali assiste senza intervenire l’esercito israeliano, continuano a provocare morti fra i palestinesi e a ridurre ulteriormente lo spazio concesso loro.

Quasi 70.000 morti in due anni di attacco israeliano a Gaza, in quello che appare ormai ai più come un genocidio, ma che il linguaggio diplomatico continua a chiamare “operazioni”, “difesa”, “tregua”, rifiutandosi di riconoscere ciò che, nei fatti, è una catastrofe umanitaria e una sfida aperta al diritto internazionale.

La reazione dei popoli di tutto il mondo, con milioni di manifestanti scesi in piazza anche in Italia tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, la coraggiosa presa di posizione di paesi come la Spagna e il Sudafrica, unitamente ad azioni dal fortissimo impatto simbolico, come la Global Sumud Flotilla, hanno però costretto i governi occidentali ad intervenire.

Molto probabilmente, oltre alla fortissima pressione dell’opinione pubblica, l’elemento che ha segnato il superamento da parte di Israele di ogni soglia di tollerabilità da parte dei governi occidentali, ed in particolare del presidente americano Donald Trump, è stato l’attacco al Qatar del 9 settembre. Le grandi potenze del Golfo, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi, da sempre alleati degli USA, hanno messo gli USA di fronte ad una scelta di assunzione di responsabilità.

Ciò ha portato agli accordi di pace di Sharm el Sheikh del 13 ottobre, che hanno rappresentato una importantissima e attesa tregua agli attacchi israeliani, che ha consentito ai palestinesi di avere una possibilità di respirare, trovare del cibo, per quanto poco, riuscire a cercare e seppellire i loro morti.

La tregua come illusione

La tregua è in realtà un accordo fragile, costruito senza un vero coinvolgimento della popolazione palestinese e privo di garanzie giuridiche. Ha decisamente ridotto, ma non fermato, la violenza. Dall’inizio della tregua sono morti, ad oggi, 3 novembre, oltre 300 civili palestinesi.

Gli elementi ambigui di quell’intesa hanno lasciato spazio a ogni possibile reinterpretazione, permettendo la ripresa delle operazioni militari israeliane con nuovi pretesti. Come si poteva pretendere che Hamas, che, finalmente, ha subito rilasciato tutti gli ostaggi ancora in vita, riuscisse a ritrovare rapidamente tutti i corpi degli ostaggi morti in questi due anni, sepolti sotto macerie che possono essere spostate solo con macchinari di cui non dispongono? Ricordiamo che a Gaza ci sono oltre 60 milioni di tonnellate di macerie.

Ciononostante la tregua ha consentito ai governi occidentali di affermare che gli accordi mettevano al sicuro i palestinesi, riuscendo a placare la pressione delle piazze, a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica.

E mentre la diplomazia celebrava la “normalizzazione”, Gaza tornava sotto le bombe.

Ma definire pace un accordo imposto a un popolo che vive sotto occupazione militare è un inganno: la pace, per essere tale, deve nascere dalla giustizia e dal rispetto del diritto internazionale, non dalla forza né dall’assuefazione all’ingiustizia.

Il diritto internazionale: le regole del mondo civile

La Carta delle Nazioni Unite è chiara: è vietato l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualunque Stato (art. 2, par. 4).

Le Convenzioni di Ginevra vietano i bombardamenti indiscriminati contro civili e strutture protette, l’uso della fame come arma di guerra, e le punizioni collettive.

Quando un conflitto colpisce deliberatamente scuole, ospedali e centri umanitari, non è più una guerra: è una violazione delle regole basilari della convivenza internazionale.

Eppure, il sistema che dovrebbe garantire tali regole, l’ONU, il diritto internazionale, già duramente colpito dall’attacco della Russia all’Ucraina, appare oggi del tutto paralizzato.

Il Consiglio di Sicurezza, ostaggio dei veti incrociati, non riesce a fermare l’escalation. Le risoluzioni dell’Assemblea Generale vengono sistematicamente disattese. E intanto, sotto i colpi delle bombe, ogni principio giuridico sembra diventare astratto.

La voce dell’ONU: Francesca Albanese e il prezzo della verità

In questo quadro, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha avuto il coraggio di usare parole nette.

Nei suoi rapporti ufficiali — in particolare Anatomy of a Genocide (ONU, marzo 2024) — la giurista italiana afferma che esistono “motivi ragionevoli di ritenere che lo Stato di Israele stia commettendo il crimine di genocidio contro il popolo palestinese di Gaza”.

Non è un atto politico: è un atto giuridico e morale, fondato su analisi e prove raccolte secondo il mandato delle Nazioni Unite.

Le reazioni non si sono fatte attendere. L’attacco contro la sua persona, accusata di “ideologia” o “parzialità”, rientra in una strategia antica: screditare chi documenta i crimini per screditare le accuse stesse.

Ma delegittimare un’esperta delle Nazioni Unite significa colpire l’idea stessa di responsabilità internazionale, significa colpire l’ONU.

La giustizia internazionale in movimento

La voce di Francesca Albanese non è isolata. Due tribunali internazionali si trovano oggi al centro della scena: la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) e la Corte Penale Internazionale (ICC).

Il Sudafrica ha presentato un ricorso all’ICJ, accusando Israele di violare la Convenzione sul genocidio del 1948. Il 26 gennaio 2024 la Corte ha riconosciuto la fondatezza delle preoccupazioni e ha ordinato a Israele di adottare misure provvisorie vincolanti per “prevenire atti di genocidio” contro i palestinesi di Gaza.

È una decisione storica, ma dalle limitiate possibilità di avere effetti: l’ICJ non dispone di un meccanismo coercitivo per imporre l’osservanza delle sue decisioni. La sua forza dipende dalla volontà politica degli Stati di rispettare la legge. Finora, quella volontà è mancata.

Parallelamente, la Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine sui presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei Territori palestinesi.

Il Procuratore, Karim Khan, anch’egli duramente attaccato per le sue posizioni, ha dichiarato che “la legge non è un ornamento” e che la sua indagine “riguarda tutte le parti in causa”. L’ICC, infatti, ha competenza sui fatti avvenuti a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, poiché la Palestina è parte dello Statuto di Roma dal 2015. Tuttavia, anche qui, gli ostacoli sono enormi: Israele, che non riconosce la giurisdizione dell’ICC, contesta la sua legittimità.

Così, la giustizia internazionale avanza, ma lentamente, troppo lentamente, per chi sotto i bombardamenti cerca di sopravvivere giorno per giorno.

La crisi morale del diritto

La questione palestinese non è solo una tragedia geopolitica. È anche, e forse soprattutto, una crisi morale del diritto internazionale.

Quando le regole fondamentali vengono sistematicamente violate senza conseguenze, il diritto perde la sua forza e diventa un linguaggio vuoto.

Le Nazioni Unite, nate per “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”, si trovano oggi impotenti davanti a un conflitto che ne mette in discussione l’essenza stessa.

Il diritto internazionale non è un optional né una formalità: è il confine tra civiltà e barbarie.

In questo senso Gaza riguarda tutti noi. Non si tratta solamente di una, giusta e doverosa, indignazione per il crimine commesso verso un popolo inerme, ma di capire che Gaza, oltre che un massacro, è un esperimento politico: se non si riuscirà a fermare Israele e ripristinare il ruolo e la capacità di intervento degli organismi internazionali, allora sarà possibile per ogni stato al mondo aggredire i propri vicini accampando le motivazioni più svariate, magari facendosi forte del sostegno dei paesi più ricchi e potenti al mondo, quelli che le armi le producono, arricchendosi e risanando le loro economie, e le forniscono agli stati in guerra e, addirittura, ad uno stato che vuole mantenere una occupazione illegale ai danni di un altro popolo.

Se non poniamo subito fine a questo scempio della legalità, un domani i prossimi palestinesi potremmo essere noi italiani o qualsiasi altro popolo che non assecondi le politiche degli stati più potenti del pianeta. Sarebbe la fine di quel poco di libertà che i singoli stati erano riusciti a ritagliarsi nei difficili equilibri di potere successivi alla seconda guerra mondiale.

La responsabilità della comunità internazionale

Anche l’Europa, e l’Italia, portano una parte di responsabilità. Accettare accordi di pace imposti, ignorando il diritto all’autodeterminazione e le decisioni delle corti internazionali, significa legittimare l’illegalità. Usare la “tregua” come strumento di propaganda, come prova di una diplomazia efficace, significa voltarsi dall’altra parte.

Ancora peggio poi ascoltare capi di governo affermare che le manifestazioni dei popoli non sono servite a nulla, anzi sono state controproducenti. Questo è proprio un oltraggio a uno dei cardini della democrazia: la libera espressione della volontà popolare

Conclusione: la pace come giustizia

La pace non può nascere dall’imposizione, ma dal riconoscimento reciproco dei diritti e della dignità umana.

Non è pace quella che lascia irrisolta la questione dell’occupazione illegale di un territorio.

Non è pace quella che consente di continuare a colpire civili e a distruggere infrastrutture vitali.

Non è pace quella che mette a tacere, anche con decreti e leggi approvate frettolosamente, chi denuncia le violazioni o invoca la legalità internazionale.

Finché i bambini palestinesi continueranno a morire nell’indifferenza generale, la parola pace resterà profanata.

Il diritto internazionale non è un lusso da tempi tranquilli: è ciò che ci distingue dal caos.

Rispettarlo non è un gesto diplomatico, ma un dovere morale.

E finché la legge non tornerà a valere più della forza, nessuna tregua potrà essere vera pace, nessun paese al mondo potrà dirsi “al sicuro”.


Approfondimenti e riferimenti:

Carta delle Nazioni Unite

Convenzioni di Ginevra e diritto umanitario

Corte Internazionale di Giustizia (ICJ)

  • Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (South Africa v. Israel), Order on Provisional Measures, 26 January 2024.
    Testo completo: https://www.icj-cij.org/case/192
  • United Nations, ICJ Press Release No. 2024/10, 26 Jan 2024: ICJ orders Israel to take all measures to prevent genocidal acts in Gaza.
    https://www.icj-cij.org/press-releases

Corte Penale Internazionale (ICC)

  • Situation in the State of Palestine (ICC-01/18), International Criminal Court, Decision on the Prosecution’s Request for a Ruling on Jurisdiction, Pre-Trial Chamber I, 5 February 2021.
    https://www.icc-cpi.int
  • ICC Office of the Prosecutor (Karim A. A. Khan KC). Statement following visit to Ramallah and Israel, 2024.
    https://www.icc-cpi.int/news

Relatrice speciale ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati

  • Albanese, Francesca. Anatomy of a Genocide: Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, United Nations Human Rights Council, A/HRC/55/73, marzo 2024.
    https://www.ohchr.org/en/documents/thematic-reports/ahrc5573-anatomy-genocide
  • Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR). Mandate of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967.
    https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine

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