Il 25 Aprile ho tenuto il discorso come relatore ufficiale ANPI nella città di Stradella.
E’ articolato in tre parti, che possono essere lette separatamente, attraverso i link che troverete all’inizio del discorso, oppure di seguito (e sarebbe la scelta migliore).
Infine ho messo anche il link al video con gli ultimi 4 minuti del discorso, in cui concludo parlando di Pace, di Europa, di Mediterraneo.
Buona lettura.
25 Aprile: cosa significa?
Un domanda oggi chiede una risposta chiara: qual è il senso di questo 25 Aprile?
Risponderò con un discorso articolato in tre parti, concatenate l’una all’altra.
Comincerò rispondendo alla domanda “che cosa c’era prima del 25 Aprile e come ci siamo arrivati“.
Poi risponderò alla domanda “che cosa ci ha lasciato il 25 Aprile“, e sarà la parte in cui entrerò nel merito della Costituzione e del modello di società che essa contiene.
Il momento finale sarà un tentativo di capire dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non allontanarci dalla Costituzione.
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Il 25 Aprile e la Costituzione sono la giusta conclusione della guerra di liberazione dal fascismo.
Fanno parte di un disegno di una Italia che era tutta da ricostruire.
Un disegno scaturito dalla collaborazione di forze molto diverse fra loro, che avevano combattuto insieme contro un nemico comune, che negò, e se potesse negherebbe anche oggi, la possibilità di espressione di idee diverse.
Il fascismo è stato il trionfo del pensiero unico, la fine della coesistenza di differenti visioni del mondo. E se la differenza è ricchezza, l’omologazione forzata è miseria.
Solo sapendo cosa fu il fascismo si possono capire la Resistenza, la Costituzione, l’Italia repubblicana e democratica.
Gli anni in cui il fascismo fu al potere furono anni tristi. I giornali venivano utilizzati come organo di propaganda del governo o, se non volevano piegarsi, venivano chiusi, le loro sedi venivano assaltate col fuoco e con le armi.
I pochi che ebbero il coraggio di opporsi pagarono con la vita.
Fra poco ricorreranno 100 anni dal 30 Maggio 1924, quando l’onorevole Giacomo Matteotti denunciò in parlamento gli imbrogli delle elezioni appena tenutesi1, e dal 10 Giugno 1924, quando una squadraccia fascista lo rapì e lo assassinò, sapendo di poter contare sulla protezione del capo del governo, Benito Mussolini.
Furono tanti i morti o i perseguitati illustri, come Don Minzoni, il parroco antifascista di Argenta ucciso a bastonate, il liberale Giovanni Amendola, morto in seguito alle percosse subite, i socialisti Carlo e Nello Rosselli, assassinati in Francia dagli agenti fascisti, il comunista Gramsci, rinchiuso in carcere fino a pochi mesi prima della sua morte, nel 1937.
Fra i tanti oggi vorrei ricordare Piero Gobetti. Un giornalista torinese di idee liberali, credeva nella legalità, nella democrazia come strumenti per costruire una patria per tutti, in cui il popolo fosse sovrano. Le sue parole davano fastidio a chi voleva cancellare la libertà.
Il 1 Giugno del 1924, Mussolini scrisse al prefetto di Torino, a proposito di Gobetti,
“Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore di governo e fascismo”.
Otto giorni dopo Gobetti viene aggredito e percosso.
Ma non si fece intimidire, e, da vero patriota, continuò a scrivere. Il 2 settembre del 1924, in un commento ad un articolo sulla rivista “La rivoluzione liberale”, scrisse parole che potrebbero essere riprese ancora oggi, tanta è la loro attualità:
“La situazione da cui è nato il fascismo si liquiderà soltanto con la ripresa del movimento operaio. Questa (ripresa) è connessa con il miglioramento della nostra classe capitalistica, con le attitudini della nostra economia a vivere nel commercio mondiale non semplicemente da parassita (…) (occorre) aiutare i partiti seri e moderni a liberarsi dei costumi giolittiani, (…) a preparare le condizioni in cui le moderne democrazie non saranno più schiave di nessuna oligarchia”.2
Subì ancora perquisizioni, intimidazioni, percosse, come il 5 settembre 1925. Nonostante i gravi problemi di salute3, non si fermò. Pochi giorni dopo scrisse ancora:
Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista.(…). Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.4
Morì in Francia, pochi mesi dopo, a 25 anni, in conseguenza delle tante persecuzioni subite.
Vivere sotto il fascismo significava vivere sotto un regime corrotto, violento, che non solo impediva ai lavoratori di rivendicare i propri diritti, ma anche agli imprenditori onesti di operare liberamente e democraticamente secondo le regole del mercato.
La stessa Chiesa Cattolica, la cui gerarchia inizialmente5 aveva addirittura favorito Mussolini in funzione antisocialista e antiliberale, dovette successivamente rinunciare a difendere la libertà di pensiero e i diritti delle masse popolari. Emblematico fu il bavaglio messo all’Azione Cattolica, quella che Pio XI definiva “pupilla dei miei occhi”, organizzazione che più di tutte cercò di reagire, ma che nel 1931 dovette chiudere i suoi circoli giovanili.
Era un regime nel quale il potere era gestito da una aristocrazia economica inefficiente, tramite relazioni familiari e amicali, collusioni con la criminalità, e il tutto mascherato da una ferrea censura ed un controllo sulla stampa che facevano credere ad un paradiso che non esisteva nella realtà.
La favoletta dei treni che arrivavano in orario nascondeva condizioni di lavoro senza sicurezza, senza dignità, senza neanche la possibilità di protestare. Era un regime dove per poter lavorare gli imprenditori dovevano “essere fedeli” al regime.
Era un regime dove un giornalista non poteva scrivere un articolo o parlare alla radio senza avere avuto prima l’approvazione dagli organi del governo.
Era un regime dove gli insegnanti che non giuravano fedeltà al fascismo venivano cacciati dalle dalle università.
Ricordo che solo 12 insegnanti su 1250 ebbero il coraggio di dire di NO, tra i quali Giorgio Errera, docente di chimica dell’Università di Pavia.
Era un regime che, quando ormai era evidente il fallimento della sua politica economica, trascinò il paese in una guerra assurda e mandò al massacro un esercito coraggioso ma male armato.
Il martirio dei nostri soldati a Cefalonia e Corfù, o le sofferenze dei militari dell’ARMIR, o le gloriose pagine scritte dai militari che parteciparono alla resistenza con il popolo, a cominciare da Porta San Paolo, a Roma, o, ancora, il sacrificio eroico di Salvo D’Acquisto, servono a ricordare che anche sotto il fascismo non erano tutte camicie nere, criminali e assassini, così come in Germania non erano tutte SS. C’era chi non poteva far altro che obbedire, e pur in questo contesto sapeva dare dignità al tricolore, e, al momento opportuno, seppe riscattarlo dall’infamia in cui altri italiani, che avevano fatto scelte indegne, lo avevano cacciato.
La colpa del fascismo non fu solo quella di aver scritto le infami leggi razziali. Fu una visione di società totalitaria, corrotta e illiberale.
Come ebbe a dire il presidente Sandro Pertini,
“il fascismo non è un’idea, è la morte di tutte le idee”.
Negli anni della dittatura le forze cattoliche, socialiste, comuniste , liberali, continuarono ad operare clandestinamente, in patria o in esilio, per cercare di formare una classe politica in grado di riportare alla democrazia l’Italia non appena se ne fosse presentata l’occasione.
Questa arrivò con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943.
Non fu semplice: le differenti visioni politiche richiesero a ciascuno di comprendere le ragioni dell’altro in nome di un interesse supremo.
Uno dei momenti più importanti di questo lavoro comune fu il congresso che si svolse a Bari, tra il 28 e il 29 gennaio del 1944, dove si riunirono i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale6.
Bari era in prima linea nella lotta contro la dittatura. Basti ricordare l’episodio del 28 Luglio 1943, quando in via Nicolò dell’Arca gli studenti che chiedevano la fine della guerra pagarono col sangue: in venti morirono sotto il fuoco del Regio Esercito agli ordini di Badoglio e del Re Vittorio Emanuele III.
Il congresso di Bari pose al centro della discussione i temi della guerra di liberazione, del rapporto fra il CLN e gli Alleati e, soprattutto, si occupò di quello che sarebbe dovuto succedere dopo la guerra: scegliere se mantenere la monarchia o passare alla Repubblica.
I partecipanti al congresso erano perfettamente consapevoli dell’importanza del momento politico. Erano in gioco i destini non solo dell’Italia ma della stessa Europa.
Val la pena di citare le parole che disse Benedetto Croce, il grande filosofo liberale:
“L’Italia è la prima terra d’Europa che viene ad essere liberata dal fascismo-nazismo e dagli invasori tedeschi; e dall’assetto che essa prenderà col favore delle nazioni alleate i popoli degli altri paesi europei guarderanno come a saggio della nuova vita”
ed anche Tommaso Fiore, del partito d’Azione, pronunciò parole di larghe vedute:
“Noi siamo il popolo d’Italia. Nessuno ci potrà impedire di riunirci dove e quando vogliamo, siamo il nuovo governo, la democrazia, l’avvenire d’Europa.”
Queste idee erano condivise anche dai rappresentanti comunisti, socialisti, democristiani, democratici del lavoro.
Tutti i sei partiti che avevano costituito il CLN.
Nel Congresso di Bari si sentiva l’eco del manifesto che Spinelli, Rossi e Colorni avevano scritto nel 1941 durante il confino nell’isola di Ventotene.
Si doveva ricostruire l’Italia, mettendo al centro i valori della pace, che solo un ordine sovranazionale, contro ogni spinta nazionalistica, poteva garantire.
Si doveva rimettere al centro la dignità dell’essere umano, dignità che i nazionalismi e i totalitarismi del ventennio precedente avevano annullato, arrivando a dividere gli esseri umani, classificandoli per nazionalità, razza, convinzioni politiche e ceto, e arrivando fino all’orrore di sterminare coloro che per razza, ceto, nazionalità o convinzione politica non erano considerati alla pari degli altri.
Il fascismo e il nazismo, con le loro politiche nazionaliste, furono i responsabili della seconda guerra mondiale, in cui popoli che avrebbero dovuto vivere come fratelli furono costretti a sparasi addosso.
Il nazionalismo che metteva al centro della politica gli interessi della propria nazione, anche a costo di calpestare i diritti di quelle vicine.
Il nazionalismo del “posto al sole per l’Italia” e del “prima la razza ariana”.
Parole e concetti che evocavano la presunta superiorità di una civiltà contro tutte le altre.
Parole che purtroppo sentiamo ancora oggi in questo mondo attraversato da venti di guerra e da scontro di civiltà.
Pensare di “esportare la democrazia”, pur nelle più nobili intenzioni, nasconde un pregiudizio nazionalista, rifiuta l’idea di un mondo multipolare, nega la diversità.
Tutto questo è molto importante e va sottolineato: c’è già nel congresso di Bari il seme ideale che germoglierà nella Costituzione. La lotta di Liberazione, allora in atto, non era solo per cacciare un odioso dittatore e i suoi accoliti, ma per affermare una società libera, con al centro la pace e la dignità dell’uomo, di ogni uomo, in cui l’Europa dovesse essere la garanzia di pace per tutti i popoli.
Ed è per questo che la Costituzione italiana è antifascista, intrinsecamente antifascista, apertamente antifascista.
Non mi dilungo oltre sulla storia che, dal congresso di Bari in poi, ha visto le forze politiche del CLN collaborare in modo costruttivo, anche dopo il referendum del 2 giugno 1946, governando, insieme, durante quegli anni pericolosi in cui si decidevano destini di milioni di persone.
Per sintetizzare e spiegare quel periodo, la lotta di Liberazione, utilizzerò le parole del nostro Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso per il 25 Aprile 2017 a Carpi:7
Non si può comprendere la Resistenza, il suo significato, la sua fondamentale importanza nella storia d’Italia se non si parte dalla sua radice più autentica e profonda: quella, appunto, della rivolta morale. Una rivolta contro un sistema che aveva lacerato, oltre ogni limite, il senso stesso di umanità inciso nella coscienza di ogni persona.
Quello spirito di rivolta morale, lo spirito del CLN, fu cosa ben lontana dai dissidi fra i partiti che nel 1922 avevano portato all’avvento del Fascismo e ai 20 anni più neri della storia d’Italia.
Fu quella collaborazione che, pur nel rispetto delle differenze fra i partiti, pur con vivaci discussioni nei lavori dell’assemblea costituente, ci portò ad avere, il 22 dicembre del 1947, la nostra Costituzione, in cui si disegnava un modello di società che era esattamente l’opposto di tutto quello che fino a quel momento in Italia, e nell’Europa occupata dal Nazifascismo, i popoli avevano conosciuto.
Ma di cosa parliamo quando parliamo di Costituzione?
Andiamo a leggerla per capire quale sia il quadro che i costituenti avevano pensato, quanto ne è stato realizzato, quanto è ancora da realizzare e, soprattutto, se ce ne stiamo allontanando.
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Comincio col dire che la nostra Costituzione, nel testo originale del 1948, non contiene neanche una volta la parola “etica”. Appare solo, in modo secondario, la parola “etico” come etichetta del Titolo secondo.
Leggendola però si capisce che i padri costituenti avevano una lucida filosofia morale, un senso del giusto e del male, che ispirò i 139 articoli.
Possiamo cogliere l’etica della Costituzione praticamente ovunque, ma in alcuni articoli essa è evidente che altrove: l’articolo 3 e l’articolo 1.
Nell’articolo 3 leggiamo che
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale
e che
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana
Ecco il primo importante aspetto: il fascismo aveva negato uguaglianza e dignità a tantissimi cittadini, italiani e non, e allora i Costituenti misero al centro un concetto semplice ma potentissimo: tutti i cittadini hanno pari dignità, ed è compito della Repubblica garantire che ciò avvenga veramente.
Ma parlare genericamente di dignità poteva sembrare una specie di pio desiderio: tanto bello quanto astratto.
Che significa dignità? Cosa consente ad un essere umano di vedere rispettata la propria dignità?
Solo un essere umano libero di scegliere, di vivere la propria vita senza doversi inchinare ai piedi di nessuno, libero dalla fame e dalla paura, può vivere dignitosamente.
E allora i Costituenti scrissero l’articolo 1 scegliendo il Lavoro, non i lavoratori, ma proprio il Lavoro, come fondamento della nuova patria.
Lo disse chiaramente Giorgio La Pira nella seduta dell’Assemblea Costituente del 16 ottobre 1946, quando affermò che
Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico
Dossetti aggiunse anche che
“con l’espressione: «Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale», si intende esprimere non semplicemente una constatazione di fatto, ma un dato costitutivo dell’ordinamento, un’affermazione cioè di principî costruttivi, aventi conseguenze giuridiche nella struttura del nuovo Stato”
Anche Togliatti, che inizialmente pensava di utilizzare la parola lavoratori al posto della parola lavoro, si dichiarò d’accordo con Dossetti e La Pira nel porre proprio il Lavoro a fondamento della Repubblica.
Per la maggioranza dei costituenti era il lavoro che avrebbe consentito a ciascun cittadino di essere inserito a pieno titolo nella struttura sociale.
Era il lavoro che avrebbe consentito a ciascun cittadino di essere artefice del proprio futuro, sviluppare appieno la propria personalità e contribuire alla crescita del Paese.
Ma che significava nel 1946 la parola Lavoro? In Italia durante il fascismo la parola Lavoro aveva significato per molti operai e contadini una condizione di inferiorità, di ingiustizie da subire senza alcuna possibilità di reagire.
Le testimonianze di un grande sindacalista, e costituente, come Giuseppe di Vittorio ci raccontano la condizione lavorativa delle masse contadine. Era paragonabile allo schiavismo.
Ecco allora che i costituenti vollero ben chiarire cosa dovesse essere il lavoro nella nuova Italia.
Loro sapevano che, nel mondo reale, i più poveri sono anche i più deboli nel contrattare le loro condizioni, e per questo motivo assegnarono alla Repubblica il compito di intervenire per rimediare alle ingiustizie che un’economia senza controllo può provocare.
E’ un concetto tutt’oggi valido: la Costituzione afferma che l’economia non deve negare la dignità dell’uomo.
Ecco perché se il lavoro è fondamento della società, i rapporti economici tra i cittadini assumono un ruolo centrale.
Innanzitutto il Lavoro viene descritto nell’articolo 4 come un diritto e un dovere.
E’ un dovere. Ciascuno ha il dovere di svolgere una attività o una funzione, secondo le proprie possibilità e le proprie scelte.
E’ un diritto, e la Repubblica si impegna a renderlo effettivo, promuovendone le condizioni.
Ma è soprattutto nei successivi articoli dal 35 al 47 che la Costituzione ci presenta un quadro che vede l’economia al servizio della società, della dignità della persona umana, del rispetto dell’ambiente, della salute, della libertà di pensiero e religione e di tutti gli altri diritti.
Nell’articolo 35 troviamo una affermazione forte e chiara:
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
E nell’articolo 36 si legge:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa
E’ bene sottolinearlo: la Costituzione non permette a nessuno di trattare un lavoratore come uno schiavo.
E’ grazie alla Costituzione se i lavoratori possono rivendicare un salario dignitoso, anche se, ancora ai nostri giorni, ci sono lavoratori sfruttati, che lavorano per due o tre euro l’ora in luoghi malsani e insicuri.
L’articolo 37 parla di donne, madri e minorenni:
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
il 38 si occupa di chi non può lavorare:
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale
Nel 39 e nel 40 si parla del sindacato e dei lavoratori che lottano per rivendicare i diritti che la Costituzione riconosce loro:
L’organizzazione sindacale è libera.
Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.
E’ grazie a tutti questi articoli che in passato, anche attraverso forti lotte da parte dei lavoratori, sono state approvate leggi che tutelano il lavoro, come la legge 300 del giugno 1970, meglio nota come “Statuto dei lavoratori”.
Ma gli articoli sui rapporti economici non sono solo riferiti ai lavoratori dipendenti.
La Costituzione parla anche del lavoro degli artigiani e imprenditori, creatori di ricchezza e stimolo per il progresso.
E, d’altra parte, come potrebbe essere altrimenti. Questa è la patria di Luisa Spagnoli, Camillo ed Adriano Olivetti, Cristoforo e Silvio Crespi, Michele Ferrero e tantissimi altri che hanno saputo fare impresa non a scapito della sicurezza e della dignità dei lavoratori bensì immaginando un modello di impresa in cui il ruolo di ciascun collaboratore venisse rispettato e valorizzato.
Per capire lo spirito di questi imprenditori leggiamo alcune parole che Adriano Olivetti pronunciò nel discorso di inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli il 23 Aprile 1955.
Il segreto del nostro futuro è fondato sul dinamismo dell’organizzazione commerciale e del suo rendimento economico, sul sistema dei prezzi, sulla modernità dei macchinari e dei metodi, ma soprattutto sulla partecipazione operosa e consapevole di tutti ai fini dell’azienda.
(…) Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che (…) l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.
Queste parole ci rimandano alla nostra Costituzione, all’articolo 41, che dice:
L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
Seguono poi gli articoli 42, 43, 44 che parlano di come lo Stato debba orientare l’uso della proprietà privata in armonia con le esigenze della società.
La nostra Costituzione parla anche di collaborazione fra lavoro e capitale.
Gli articoli 45 e 46, riconoscono il valore della cooperazione,
a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.
e addirittura il valore della partecipazione dei lavoratori alla gestione di impresa, insieme agli imprenditori
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione,
La semplice applicazione della Costituzione avrebbe rappresentato il migliore degli scenari possibili, un sano confronto fra lavoratori e datori di lavoro, un’impresa finalizzata al benessere di tutti, nel rispetto della dignità umana, e tutto in nome di un’Italia migliore.
Tutto ciò è lontanissimo da un certo tipo di malaimprenditoria che basa il suo successo sullo sfruttamento dei lavoratori, sottopagati, costretti a lavorare in condizioni insicure, spesso senza che neanche vengano versati i contributi previdenziali.
Tutto ciò è lontanissimo dalle finte cooperative che nascono per truffare soldi allo stato e abbassare il costo del lavoro.
Oggi, in un momento in cui stanno saltando tutte le regole di sano confronto democratico, diventano importantissime le richieste dei lavoratori per un salario minimo fissato per legge, per condizioni di lavoro sicure e per un rapporto di lavoro regolato da contratti nazionali firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Se avessimo compreso la Costituzione avremmo capito che il problema del lavoro in Italia non era l’articolo 18, frettolosamente abolito da un governo incapace e ideologico, ma era un modello di capitalismo provinciale, arretrato e rapace.
Eppure non mancano gli esempi positivi, dei tanti artigiani o piccoli imprenditori che credono veramente nei loro dipendenti e ne sono ricambiati con lealtà e senso del lavoro.
Tra i fondamenti indicati nella Costituzione c’è poi anche l’articolo 5, che dice:
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principî ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.
Nella Costituzione era spiegato chiaramente quali dovessero essere i rapporti fra le autonomie.
Una Italia unica e indivisibile, con la massima possibilità per regioni, province e comuni di organizzarsi autonomamente, ma pur sempre nell’ambito di una nazione unita e solidale, che sappia marciare insieme, sappia aiutare laddove c’è bisogno, sappia sostenere con la forza di un grande stato l’economia e la vita di tutti..
Oggi, grazie anche ad una ingiustificabile modifica della Costituzione voluta nel 2001, e grazie poi a politici che hanno speculato sui localismi e sulle differenze esistenti nel Paese, si parla apertamente di una totale autonomia differenziata, all’insegna dello slogan “i soldi del Nord restino al Nord”.
Potrebbe essere approvata una serie di norme che delegheranno alle regioni praticamente tutte le principali materie che rappresentano il cuore del modello di società disegnato nella Costituzione: sanità, lavoro, ricerca, ambiente, fisco, istruzione…
Restando solo al tema dell’economia possiamo immaginare facilmente che disastro sarebbe per i lavoratori, anche quelli del Nord, un’Italia frammentata in 20 regioni con 20 legislazioni diverse in tema di lavoro.
Con i contratti di lavoro nazionali ridotti a mere indicazioni senza valore non sarebbero più possibili rivendicazioni di carattere nazionale.
Già oggi i lavoratori degli stati europei non sono in grado di organizzare rivendicazioni a livello dell’intera Europa.
Come potrebbero un domani i lavoratori della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia organizzare rivendicazioni a livello nazionale? Sarebbero più soli e più deboli.
E la realtà non sarebbe certamente migliore per le imprese, soprattutto le medie e piccole, gli artigiani, gli artefici del Made in Italy, che non avrebbero più la copertura di uno stato coeso e ancorato a solidi principi.
Come potrebbe una piccola impresa lombarda sopravvivere in uno scenario non dico mondiale, neanche Europeo, ma solo nazionale, quando si trovasse a competere con aziende estere difese da stati che sanno fare con intelligenza una politica economica e industriale degna di questo nome.
Lo abbiamo visto in passato, come nel 2017 con la vicenda dei Cantieri navali francesi, quando il presidente Francese nazionalizzò i cantieri navali impedendo che l’Italiana Fincantieri ne acquistasse i due terzi delle quote.
Lo stiamo vedendo in questi mesi con quello che Stellantis sta facendo alla ex gloriosa FIAT.
Per non parlare poi di Sanità: lo abbiamo visto con il COVID cosa ha significato avere 20 sanità regionali che litigavano su come applicare le direttive del governo, e spesso le contrastavano mettendo a rischio la salute dei cittadini. Lo vedono ogni giorno i nostri concittadini che preferiscono rivolgersi al pronto soccorso della vicina Emilia Romagna, a Castel San Giovanni, per poter poi essere presi in carico dal sistema sanitario di quella regione, piuttosto che cercare assistenza nella sanità lombarda dove i tempi di attesa lunghissimi costringono a rivolgersi alla sanità privata.
E questo non dipende dai medici lombardi o emiliani, ma dalle diverse scelte politiche che negli ultimi 30 anni queste regioni hanno fatto in tema di sanità, privilegiando o meno la sanità pubblica a scapito di quella privata. Altro che autonomia regionale: la sanità dovrebbe essere uguale per tutti i cittadini italiani.
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Avevamo ricevuto dai costituenti un modello di paese in cui la coesione dei cittadini onesti avrebbe fatto prosperare l’intera nazione, avrebbe prodotto ricchezza che in parte sarebbe stata raccolta e redistribuita dallo stato per garantire servizi e diritti a tutti, e noi ne abbiamo fatto scempio!
Le colpe non sono solo di una classe politica spesso non adeguata, pur se con alcune lodevoli eccezioni.
Le colpe non sono solo di quella parte di malaimprenditoria che ha inquinato il mercato, a volte con la collaborazione di mafie e criminalità organizzata.
Le colpe sono anche nostre, di tutti i cittadini comuni che non hanno rispettato, anzi, neanche mai conosciuto, articoli come l’articolo 2, che dice:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Lo sottolineo: doveri di solidarietà politica, economica e sociale.
Troviamo spiegate queste parole, ad esempio, nell’articolo 53
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Tutti!
E invece persino politici di rilievo nazionale dicono che non è bello pagare le tasse e giustificano l’evasione fiscale, vera piaga per la coesione di questo paese e per la possibilità di garantire i diritti che la Costituzione prevede.
L’evasione fiscale è una trappola in cui ci siamo caduti un po’ tutti quando non abbiamo avuto il coraggio di esigere una ricevuta o abbiamo chiuso un occhio davanti ad uno scontrino sbagliato.
Ma sicuramente per alcuni, veri e propri traditori della patria, l’evasione fiscale è stata uno strumento per accumulare ricchezze a danno del paese.
Per restare solo ai tempi recenti, pensiamo a certi personaggi che durante la pandemia di COVID facevano lavorare regolarmente i propri lavoratori ma poi prendevano le indennità dall’INPS facendo finta che fossero a casa in cassa integrazione.
L’evasione fiscale è un danno per tutti, per i cittadini che non ricevono servizi dallo Stato, per gli imprenditori onesti che sono vittime di una concorrenza sleale, per i lavoratori, che soffrono per l’economia in crisi.
Sempre a proposito delle nostre colpe cito anche l’articolo 54:
Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge
Disciplina ed onore… e la memoria corre inevitabilmente a chi ha fatto della cosa pubblica strumento per i propri interessi privati, o anche, a livello molto più modesto, ma non meno grave, a chi ha inteso un posto di lavoro in una struttura pubblica come un motivo per prendere uno stipendio senza lavorare.
Aver posto il lavoro come fondamento della Repubblica significava un modello di società molto diverso da quello nel quale siamo adesso.
Di chi è la colpa?
Ci siamo dentro tutti, e la colpa non è della politica ma del modo in cui noi esercitiamo, tutti i giorni, quella “sovranità” che “appartiene al popolo” di cui parla l’articolo 1 della Costituzione.
La Repubblica che rimuove gli ostacoli e difende la dignità di ogni essere umano, che consente a tutti di realizzarsi, che spiega come collaborare e rispettarsi, non è un’entità esterna, non è fatta di uomini di palazzo e non è rinchiusa in qualche stanza segreta, ma è fatta da quegli stessi cittadini che essa si incarica di difendere.
La Repubblica siamo noi che con il nostro agire determiniamo il futuro del Paese, e a noi tocca fare qualcosa, ovviamente nei modi previsti dalla legge, ma sempre restando nell’ambito della forma repubblicana e con la massima rappresentanza del popolo sovrano.
Riflettere su questo è fondamentale, perché ci indica anche la strada da seguire.
La prima questione da chiarire è “chi sono i cittadini e cosa significa sovranità”?
Se leggete attentamente la Costituzione troverete che la parola “italiani” compare una sola volta, nell’articolo 51. Altre 4 volte compare la parola “italiano”, ma solo come aggettivo.
La parola “cittadini” o “cittadino” invece compare ben 28 volte.
Compare un po’ ovunque. Oltre agli articoli già visti 2, 3, 4, 38, 54 la troviamo:
- nell’articolo 16, dove si riconosce il diritto alla libertà di movimento nel territorio della Repubblica e al di fuori;
- nel 17, dove si riconosce il diritto a riunioni e manifestazioni;
- nel 18, dove si riconosce la libertà di associarsi;
- nel 26, dove si disciplina l’estradizione e si afferma chiaramente la tutela dei richiedenti asilo politico;
- nel 48, dove si riconosce il diritto al voto a tutti i cittadini maggiorenni;
- nel 49 e nel 50, dove si parla di concorrere alle scelte politiche tramite i partiti o tramite petizioni alle Camere;
- nel 51, dove si riconosce il diritto di tutti i cittadini ad accedere ad ogni carica elettiva e ad ogni ruolo pubblico;
- nel 52, dove si afferma il dovere di difesa della Patria;
- nel84, dove si afferma che ogni cittadino che abbia compiuto i 50 anni di età può essere eletto Presidente della Repubblica
Chi sono dunque i cittadini della Repubblica?
La risposta è chiara: sono tutti coloro che vivono stabilmente sul territorio italiano, ne rispettano le leggi e i principi fondamentali e contribuiscono al progresso del Paese.
A loro si rivolge la Costituzione, senza nessuna distinzione di etnia, genere, religione, opinione politica.
Il legame fra l’accettare le normi comuni e la cittadinanza è fortissimo, al punto che non è automaticamente detto che essere semplicemente figli di italiani o essere nati in Italia sia requisito sufficiente.
Questo è chiaro se leggiamo l’articolo 51, l’unico in cui compare la parola “italiani” intesa in senso etnico:
La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive,parificare ai cittadini gli italiani
non appartenenti alla Repubblica
Questo articolo dice che è la legge a consentire di trattare come cittadini i figli di italiani che non sono nati in Italia.
Al contrario vivere in Italia e accettarne e rispettarne i principi è il requisito base per essere definito cittadino.
Ovviamente per riconoscere la cittadinanza deve esistere tutta una procedura regolata dalla legge, ma questa deve avere a che fare con il rispetto della nostra Costituzione.
Pensate a quanto questo riconoscimento sia ancora oggi negato a tanti nostri cittadini nati in Italia, da genitori non italiani, che frequentano le nostre scuole e ciononostante sono considerati “stranieri” anche dopo anni.
Ai cittadini l’articolo 1 riconosce la sovranità. Cosa chiede la Repubblica ai cittadini riconoscendogli la sovranità? Chiede che la esercitino, che non si disinteressino della loro patria
Ovviamente la gestione di uno stato come l’Italia non può essere condotta come una riunione condominiale o gestita come un post sui social, con tanto di “mi piace” e di commenti.
Occorrono strumenti di governo che siano un giusto compromesso fra efficacia ed efficienza.
La Costituzione ce li descrive nella seconda parte, quella che riguarda l’organizzazione dello Stato.
Anche qui valgono sempre i principi fondamentali.
I cittadini:
- hanno il dovere di solidarietà politica, cioè non vedere l’altro come un nemico ma come una persona con esigenze differenti con cui accordarsi
- devono poter partecipare all’organizzazione politica del paese e non restare a guardare con indifferenza
- hanno un diritto di voto e dovrebbero esercitarlo
- si possono associare liberamente in partiti, sindacati, associazioni, e con queste fare proposte o agire per la collettività
- hanno diritto di avere il tempo libero per adempiere alle funzioni elettive
- hanno libertà di espressione, di associazione, di manifestazione del pensiero
Insomma: la sovranità si declina nella partecipazione.
Diceva Pietro Calamandrei nel suo discorso ai giovani studenti milanesi nel 1955:
La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica.
Un tempo la democrazia italiana era forte e gli italiani partecipavano con percentuali di votanti oltre il 90% degli aventi diritto. Adesso a malapena si arriva al 60% nelle elezioni più importanti. La scorsa domenica le elezioni regionali in Basilicata hanno visto andare al voto meno della metà degli elettori.
I cittadini si iscrivevano in associazioni, partiti, sindacati e dedicavano il loro tempo al loro comune, quartiere, o, con un maggiore impegno, anche a politica di livello nazionale.
I cittadini leggevano giornali e ascoltavano programmi radiotelevisivi per tenersi informati, conoscevano i programmi dei partiti e sapevano scegliere sulla base di contenuti
Conoscevano i loro diritti, e li rivendicavano, e conoscevano i loro doveri, e li adempivano.
Sicuramente non era tutto rose e fiori, ma quando i cittadini italiani si mobilitavano, riempivano le piazze, andavano a votare, il paese cresceva e si approvavano leggi che erano il risultato di giuste mediazioni fra interessi contrapposti.
E gli interessi contrapposti che trovavano un giusto equilibrio nelle sedi opportune, in primo luogo quel Parlamento a cui la Costituzione affida il compito di fare le leggi.
In poche parole, i cittadini italiani erano un popolo che si occupava di politica.
Ad un certo punto il sistema ha cominciato ad incepparsi, è venuta meno la convinzione che la partecipazione potesse veramente cambiare in meglio la propria vita.
Negli anni ’90 gli italiani hanno preferito ritirarsi in una sfera individuale, non occuparsi più della politica, e si sono comodamente e pigramente trasformati in consumatori passivi.
Molto hanno inciso scelte politiche sbagliate, prese pensando che accentrando le decisioni e diminuendo il numero di partecipanti alla politica, si potesse rendere più agile e snello il controllo del Paese.
E’ il caso di tutte quelle modifiche alle leggi elettorali che volevano eliminare i troppi partiti (anche se erano solo 9 nella cosiddetta prima Repubblica) per rendere più stabili i governi.
Invece si sono eliminati i partiti che portavano idee di cambiamento, allontanato i più giovani dalla partecipazione, si è finito per selezionare una classe politica composta, in molti casi, da opportunisti poco competenti ma molto lesti nel cogliere occasioni di carriera e guadagno, pronti a saltare da un partito all’altro pur di garantirsi una poltrona.
E oggi? Oggi siamo alla resa finale.
Ci sentiamo lontani dalla politica, che riteniamo cosa sporca e monopolio di truffatori senza scrupolo.
E non facciamo nulla in prima persona per cercare di cambiare le cose.
E’ certamente molto comodo stare stesi su un divano, chattare sui social, criticare tutto e tutti, parlare a vanvera di complotti o terrapiatta.
Sono pochi coloro che cercano di capire cosa succede nel mondo, capaci di andare in una piazza a gridare le proprie convinzioni, o il proprio sdegno nel vedere crimini contro l’ambiente, contro un diritto fondamentale, o addirittura contro la vita di migliaia di innocenti.
E coloro a cui abbiamo lasciato la nostra sovranità va bene così. Possono continuare a fare quello che vogliono indisturbati e riescono a zittire le poche voci che, appellandosi ai principi costituzionali, hanno il coraggio di protestare.
Ad esempio oggi, di fronte ai terribili venti di guerra che infuriano dall’Ucraina al Medioriente, quelli che hanno il coraggio di chiedere un cessate il fuoco, di ragionare con la propria testa, di cercare la via per la pace vengano accusati di essere nemici della patria oppure vengano presi a manganellate.
E pensare invece che la nostra Costituzione ripudia la guerra e chiede all’Italia di aderire ad organizzazioni internazionali che devono avere come scopo il mantenimento della pace nel mondo.
Quanto siamo lontani oggi dal bellissimo articolo 11.
Certo, anche se ci impegniamo è difficile vedere risultati subito, a volte occorre accettare compromessi, anche perché la politica, quella vera, è sempre una mediazione fra interessi contrapposti, in nome di un bene superiore.
A volte si ha paura di esporsi, perché le cosiddette persone perbene dicono che è disdicevole protestare, mentre, in realtà, è vergognoso tacere e voltarsi dall’altra parte.
Altre volte si ha paura delle reazioni di chi ha il potere. Sono tanti i giornalisti denunciati per aver detto verità scomode.
Oppure si ha paura di perdere il posto di lavoro, di essere giudicati male dai propri insegnanti a scuola o dai propri colleghi di lavoro.
A volte, semplicemente, non si fa niente perché “tengo famiglia”, “cosa posso fare”, “non sono fatti miei”, “tanto non cambia niente” e tante altre piccole scuse.
Sono tante le ragioni per cui noi cittadini italiani, per la maggior parte, ci siamo arresi e abbiamo rinunciato alla nostra sovranità, e con essa al progetto scritto nella Costituzione.
Ma una piccola minoranza continua a far sentire la propria voce e difendere la nostra patria sognata.
Lo fanno gli attivisti che lottano per difendere l’ambiente in cui viviamo. A volte i loro metodi possono far storcere il naso, ma sicuramente i cittadini che difendono la val di Susa, oppure i ragazzi di Ultima Generazione, penso ad esempio al nostro studente pavese, Simone Ficicchia, rispettano l’articolo 9 della costituzione dove è scritto che la Repubblica
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.
Lo fanno i lavoratori che difendono i loro diritti, difendono il lavoro, fondamento della nostra Repubblica. In questo momento, fra i tantissimi, il mio pensiero va ai lavoratori della ex GKN, fabbrica all’avanguardia che ho avuto personalmente l’onore di visitare nell’agosto del 2021, e che rappresenta l’esempio di come uno stato indifferente abbandoni i lavoratori al proprio destino anche quando si tratta di imprese solide, moderne, che non avrebbero nessun problema a stare in piedi da sole se ci fosse una politica industriale rivolta agli interessi del Paese.
Difendono la Costituzione quegli imprenditori che lottano tra mille difficoltà, si rifiutano di pagare tangenti, di risparmiare sulla sicurezza nel lavoro, di inquinare il territorio e di truffare lo stato e nonostante tutto vanno avanti cercando di salvare la loro impresa e con essa la vita di tutte le famiglie dei lavoratori che su di essa contano.
Difendono la Costituzione gli studenti che si prendono le manganellate per dire che il genocidio dei palestinesi è vergognoso, così come è vergognoso ciò che accade al popolo ucraino.
Difendono la Costituzione quegli intellettuali, giornalisti, filosofi e politici che non si allineano alle verità ufficiali propagandate dagli organi di informazione.
Difendono la costituzione tutti quegli uomini e quelle donne che fanno politica in quei i partiti che ancora si riconoscono nella Costituzione, da destra o sinistra, e non accettano che la politica sia ridotta a gestione del potere, a spartizione di soldi pubblici.
Difendono la Costituzione le forze dell’ordine quando rischiano la vita per proteggere i cittadini e quando indagano per scovare il malaffare che corrode l’Italia dall’interno.
Difende la Costituzione il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando ci ricorda i valori della pace, della democrazia, del confronto democratico, della libertà di manifestazione del pensiero, e ci mette in guardia dal pericolo che corriamo se rinunciamo alla politica e alla mediazione come strumento di risoluzione dei conflitti.
Difende la Costituzione il Papa, con le sue semplici parole che vanno al cuore dell’umanità, parole purtroppo poco ascoltate dai leader mondiali impazziti.
E, nel suo piccolo, difende la costituzione anche l’ANPI, i cui militanti, con i capelli sempre più bianchi e con sempre meno partigiani ancora vivi, cerca di tenere alta la bandiera della Repubblica italiana, della sua Costituzione nata dalla lotta di liberazione.
Ma tutte queste voci coraggiose non possono bastare se dietro non c’è un popolo organizzato che partecipi con gli strumenti che la Costituzione indica chiaramente, un popolo che si riappropri della voglia di essere sovrano, un popolo che sappia anteporre alle differenze che ciascuno porta inevitabilmente con sé gli interessi superiori di una Repubblica e di una Costituzione che mettono al centro la dignità dell’uomo.
In conclusione, l’attualità di quella Carta è ancora fortissima, il suo disegno è ben lungi dall’essere completato.
Oggi vediamo all’opera forze che si richiamano apertamente e senza pudore a quel comune nemico dal cui contrasto nacque la speranza di una Italia democratica, libera e sovrana.
Vediamo tentativi di mettere il bavaglio alla stampa, di sottomettere la magistratura alle decisioni del governo, di rendere inutile il Parlamento, magari trasformandolo in un bivacco di manipoli.
Ci sono in gioco forze che stanno cercando di demolire pezzo a pezzo la nostra Costituzione, e con essa la speranza di un’Italia unita, solidale, equa, libera, in pace.
Oggi come 80 anni fa è necessario un nuovo CLN, è necessario che lo spirito del congresso di Bari torni ad illuminare le menti di quelle forze politiche ancora sane, affinché combattano i pericoli di un ritorno ad un sistema, magari travestito sotto nuove forme, che nega la libertà.
Occorre che le forze sane ancora presenti in questo paese riprendano l’attuazione del disegno scritto nella Costituzione.
Occorre che i partiti la smettano con il trasformismo, si liberino dei faccendieri e dei corrotti e tornino a rappresentare i cittadini.
E non è importante solo per noi italiani: un’Italia libera e democratica potrà riportare sulla scena internazionale quello spirito di pace per l’Europa e il mondo che oggi è più che mai necessario.
Siamo nel cuore del Mediterraneo, potremmo essere i promotori di un nuovo futuro di pace e collaborazione fra il nord e il sud del mondo, se solo tornassimo a credere nella società che i nostri padri ci avevano consegnato.
Viva l’Italia antifascista e buon 25 aprile.
Salvatore Salzano, ANPI, sezione “Luigina Albergati”, Stradella (PV)
NOTE:
1 il 6 Aprile del 1924
2 https://liberale.erasmo.it/fascicoloimg.asp?an=24&pag=3&fas=32&im=g
3 Era cardiopatico e le aggressioni e le continue vessazioni aggravarono la sua situazione
4 https://liberale.erasmo.it/fascicoloimg.asp?an=25&pag=1&fas=37&im=p
5 Nel 1921, ad esempio, il cardinale di Venezia La Fontaine convinse il segretario del Partito Popolare, Don Sturzo, convinto antifascista, a incontrare privatamente Mussolini per raggiungere un accordo, mentre nel 1923, quando si discuteva in parlamento la legge elettorale Acerbo, che avrebbe poi portato alle elezioni truffa del 1924, il vaticano impose a Don Sturzo, contrario all’approvazione di quella legge, di dimettersi da segretario del partito. https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1994_194-197_04.pdf
6 https://www.patriaindipendente.it/servizi/bari-gennaio-1944-la-parola-ai-comitati-di-liberazione-nazionale-e-al-sindacato-libero/
7 https://www.quirinale.it/elementi/1248
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