Questo è il testo del discorso che ho fatto a Portalbera in una bellissima mattina di primavera, con a fianco il Sindaco, i bambini delle scuole primarie, Debora, tra le migliori suonatrici di fisarmonica che esistono, e oltre un centinaio di cittadini presenti.
25 Aprile, cosa ci unisce, cosa ci divide
Il 25 Aprile di quest’anno è più che mai avvelenato da polemiche, ed è stato preceduto da affermazioni che hanno evidenziato una distorsione o grossolana ignoranza di fatti storici e un disprezzo dei valori che ci uniscono come italiani.
Oggi, 25 Aprile, è la nostra festa, quella che unisce tutti gli italiani nel ricordo della liberazione dal fascismo.
Partiamo allora da due fatti certi.
Innanzitutto Il 25 Aprile, fu dichiarato festa della liberazione con decreto legislativo luogotenenziale del 22 aprile 1946 e successivamente confermato con la legge del 27 maggio 1949.
E se qualcuno ancora oggi volesse chiedersi “ma liberazione da chi? Dai tedeschi?” va sottolineato come, fra le tante date che potevano essere scelte per indicare il momento esatto della liberazione, fu scelto proprio il 25 Aprile, data in cui da radio Milano Libera Sandro Pertini proclamò l’insurrezione generale contro le forze nazifasciste ancora presenti in Italia, giorno in cui i partigiani scesero a Milano, Benito Mussolini, rifugiatosi in prefettura, scappò via. Il 28 venne fucilato mentre cercava di fuggire travestito da soldato dell’esercito tedesco.
Il 25 Aprile è quindi proprio la giornata della Liberazione dal Fascismo.

Il secondo fatto sono le parole pronunciate dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso ad Auschwitz del 18 Aprile scorso, dal quale estraggo una breve citazione:
L’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo, l’antisemitismo, l’indifferenza, il delirio, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli.
Non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico.
Parto da questi due punti fermi, e cioè la liberazione dal fascismo e il fermo rifiuto di idee di intolleranza, discriminazione e violenza, idee alle quali dobbiamo contrapporre la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico, per rispondere a alcune domande:
- Che cosa ci unisce come Italiani?
- Attraverso quale storia siamo riusciti a diventare un popolo libero e unito?
Capire cosa ci unisce significa anche capire cosa ci ha divisi, cosa ci ha messi gli uni contro gli altri, cosa ha fatto sì che italiani uccidessero altri italiani.
Perché se è vero, ed è vero, che dobbiamo cercare la concordia e sviluppare una memoria che unisca gli italiani e non li divida, è altrettanto vero che questa ricerca non può basarsi sull’ipocrisia del “mettere una pietra sul passato e cambiare pagina”.
Per fare un paragone, sarebbe come se, per cercare di fare la pace con chi è stato più o meno lontanamente coinvolto con i delitti e le stragi di mafia, qualcuno ci chiedesse di togliere la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dalle scuole che, giustamente, hanno deciso di ricordarli come simboli della legalità.
Se accadesse una cosa del genere sarebbe una vergogna, perché i mafiosi non possono essere messi sullo stesso piano dei cittadini onesti che in certi casi hanno pagato la loro onestà con la vita.
Però si possono, e si devono, perdonare i singoli, se ammettono le loro colpe, ne riconoscono la gravità e scelgono di mantenersi sui binari della legalità e dell’onestà.
Per capire allora come rispondere alla domanda del titolo cominciamo dalla Storia, quella che dovrebbe essere insegnata sin dalle scuole primarie, quella Storia che mi trasmise il mio maestro Mario, quando frequentavo la terza classe della scuola elementare.
Quello che imparai sin da bambino fu che la libertà di cui godiamo non è caduta dal cielo: la libertà fu il frutto di un lungo, e sanguinoso, processo di liberazione da una dittatura sanguinaria: il fascismo non fu “un governo come un altro”. Prese il potere in modo violento e antidemocratico, e, soprattutto, usò la violenza sistematicamente per mantenere il potere.
In che modo arrivammo al fascismo
Le elezioni del maggio 1921 avevano dato molti voti alle storiche forze politiche di centro destra, essenzialmente i popolari, forza di centro di matrice cattolica, e la lista del blocco nazionale, che riprendeva la politica liberale di Giolitti, ma che ospitava al suo interno anche alcuni candidati del nascente movimento dei “fasci italiani di combattimento”, i quali in queste elezioni riuscirono ad eleggere una trentina di loro rappresentanti, fra i quali lo stesso Mussolini. Questi due partiti, insieme, raggiunsero 215 seggi su 535. I due governi di coalizione che governarono fino al 28 ottobre 1922 non avevano comunque ancora una partecipazione diretta dei rappresentanti fascisti in ruoli di governo.
Il clima nel paese era molto teso: c’erano ovunque proteste da parte dei lavoratori che, dopo la prima guerra mondiale, erano ridotti alla fame e rivendicavano salari migliori e il diritto di non essere trattati come schiavi. Alle proteste dei lavoratori i proprietari terrieri, ed anche molti industriali, rispondevano mandando le bande di squadristi fascisti ad aggredire, picchiare, uccidere, i lavoratori in sciopero.
Sfruttando la stanchezza per il clima violento, e promettendo che se avesse avuto il governo avrebbe riportato la pace nel Paese, Mussolini organizzò una marcia di protesta su Roma, con con le armi in pugno, il 28 ottobre 1922.
Il governo in carica, anche se già dimissionario, chiese al Re di reagire contro quello che era un attacco alla legalità, ma il Re non lo fece e anzi incaricò Mussolini di formare un nuovo governo.
Mussolini divenne presidente del Consiglio il 31 Ottobre 1922 e tale rimase fino al 25 Luglio 1943.
Nel primo anno di governo si iniziarono già a vedere i segnali di quello che sarebbe stata la dittatura, ma il governo Mussolini ancora non aveva la maggioranza assoluta, in quanto nel suo governo c’erano, fino alla prima metà del 1924, anche altre forze di centro, come i liberali, i democratico-sociali e i popolari.
Intanto nel Paese le violenze diventavano sempre più forti, con le squadre fasciste che attaccavano le sedi sindacali e i giornali di opposizione.
In questo clima Mussolini convinse le forze di centro destra che facevano parte del suo governo a varare una legge che avrebbe consentito al vincitore delle elezioni di avere via libera e governare senza la necessità di cercare alleanze. Era la legge Acerbo, che venne praticamente imposta esasperando il clima di violenza e intimidazione nel Paese, facendo in modo che anche tanti galantuomini cedessero a Mussolini e votassero per questa legge chiaramente antidemocratica.
Per capire di cosa si trattava vorrei ricordare le parole con cui il leader del partito Socialista, Filippo Turati, protestò in parlamento, nel luglio del 1923, contro questa legge:
Sotto l’intimidazione non si legifera; non si legifera tra i fucili spianati e con la minaccia incombente delle mitragliatrici […] Una legge, la cui approvazione vi è consigliata dai 300 mila moschetti dell’esercito di dio e del suo nuovo profeta, non può essere che la legge di tutte le paure e di tutte le viltà. […] Dovete scegliere. La forza non crea il consenso, il consenso non ha bisogno della forza, a vicenda le due cose si escludono
La legge fu approvata e si andò alle elezioni del 1924, che furono le ultime elezioni a cui poterono partecipare liberamente tutti i partiti, in un clima violento e con minacce ai candidati non fascisti quando si recavano in una città per fare un comizio.
Lo stesso Mussolini dichiarò nel suo discorso all’assemblea del partito fascista, il 28 gennaio 1924, che la competizione elettorale era per lui una pura formalità, e che se non avesse avuto il consenso per governare incontrastato avrebbe utilizzato la milizia per mantenere il potere.
Alle elezioni del 1924 il “listone nazionale”, nel quale si erano presentati i fascisti, e anche alcuni esponenti della vecchia classe politica liberale, prese la maggioranza. Su 11 milioni di elettori, circa 4 milioni e mezzo avevano votato la lista di Mussolini, 2 milioni e mezzo avevano votato per i partiti di opposizione, e 4 milioni di cittadini non erano andati a votare. Così, secondo la legge Acerbo, Mussolini ebbe la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento: 374 seggi su 535.
Dopo le elezioni il deputato socialista Giacomo Matteotti fece un discorso in Parlamento in cui raccontava di tutte le violenze e di tutti gli imbrogli di cui aveva saputo. soprattutto nelle regioni meridionali.
In conseguenza di questa coraggiosa denuncia Giacomo Matteotti, il 10 Giugno 1924, venne rapito e brutalmente assassinato da una squadra di fascisti.
Dopo sei mesi di incertezza, e vista la debolezza delle opposizioni, Mussolini, nel suo discorso del 3 gennaio 1925, dichiarò di assumersi la responsabilità morale e politica di quell’assassinio e di tutte le nefandezze verificatesi fino a quel momento
Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (…) Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi.
Da quel momento inizia la vera e propria dittatura, vengono chiusi giornali di opposizione, incarcerati gli avversari politici.
Anche la parvenza di democrazia parlamentare viene annullata: il 16 marzo del 1928 Mussolini approvò una legge elettorale secondo cui l’unica lista che poteva presentarsi era quella decisa dal partito Fascista, e ai cittadini veniva chiesto se approvavano o no la lista, ed inoltre venne previsto un meccanismo con il quale era facilissimo individuare, per i fascisti presenti, come avevano votato gli elettori appena usciti dal seggio.
Nelle elezioni del 1929, con questa legge, andarono a votare 8 milioni di italiani, e la lista fascista prese oltre il 98,34% dei voti. Fu la fine di qualsiasi parvenza di libertà.
Cosa significò il Fascismo
In questi anni sicuramente l’episodio più vergognoso furono le leggi razziali emanate nel 1938, che aprirono la strada alla deportazione e allo sterminio degli ebrei italiani.
Sono tante le cose successe durante questa dittatura, e non posso elencarle tutte oggi, ma non posso non ricordare che oltre che privare il nostro popolo della sua libertà, questa dittatura si è macchiata di gravissimi crimini di guerra, nei confronti delle popolazioni che abbiamo di volta in volta aggredito per le nostre ambizioni imperiali. I nostri soldati sono stati costretti a fare cose che probabilmente non avrebbero mai voluto fare.
Ad esempio, nel 1923 e nel 1931, l’aggressione alla Cirenaica, con bombardamenti e deportazioni e stragi di civili e bambini e la deportazione di centomila abitanti.
Oppure nel 1935 e nel 1936, l’aggressione all’Etiopia, condotta con l’uso di armi chimiche, utilizzando gas come l’Iprite e le Arsine contro la popolazione inerme, aggressione in cui compimmo crimini rimasti tristemente famosi, come quello del monastero cristiano di Debra Libanos, dove furono massacrati circa 1500 civili e monaci, accusati di essere contrari all’occupazione italiana del loro Paese.
Per non parlare poi di quello che abbiamo fatto dopo il 1940, una volta entrati in guerra al fianco dei nazisti, contro le popolazioni dei paesi che abbiamo invaso, come le violente deportazioni, i saccheggi, le esecuzioni di civili che il nostro esercito ha commesso nel nord della Yugoslavia, e per le quali abbiamo poi pagato caramente con la crudele rappresaglia delle Foibe, quando quei popoli si sono ribellati e ci hanno sconfitto. Un nostro soldato, nel 1942, scrivendo alla famiglia, diceva:
“Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore.”
Oppure quello che abbiamo fatto quando abbiamo invaso la Grecia, dove Mussolini dette l’ordine di bombardare e radere al suolo tutte le città con più di 10.000 abitanti.
Oppure l’Albania, dove abbiamo incendiato e rapinato i villaggi e lasciato alla fame migliaia di civili.
E che dire dei campi di concentramento che costruimmo per internare i civili delle popolazioni conquistate, ma anche migliaia di ebrei che poi furono mandati nei campi di sterminio, come il campo di Arbe, piccola cittadina in una isola davanti le odierne coste della Croazia?
Per farla breve, questa dittatura ha oppresso e ferito la nostra Patria, e l’ha disonorata agli occhi del mondo intero.
Quella dittatura è finita il 25 luglio del 1943, quando Mussolini, il dittatore, venne deposto e arrestato.
Cosa significò la Resistenza
Caduto il governo fascista, avremmo potuto fare la fine di un qualsiasi stato che perde la guerra: avremmo potuto perdere la nostra dignità di nazione, la nostra autonomia.
Le cose andarono diversamente grazie alla lotta di tutti quei cittadini italiani, che rischiando la loro vita, avevano dapprima mantenuto vive le idee di libertà, giustizia, solidarietà durante la dittatura, restando nascosti o rifugiandosi nella vicina Francia, e poi, dopo la caduta del Fascismo, avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale e avevano iniziato la guerra partigiana di resistenza per cacciare definitivamente dall’Italia i nazisti e i fascisti, che, anche dopo l’8 settembre 1943, continuavano a comandare nel nord Italia e seminavano terrore e morte.
Anche qui, in queste terre meravigliose e pacifiche, i fascisti e i nazisti avevano le loro basi: a Villa Italia, a Broni, e nel castello di Cigognola, operava la tristemente famosa polizia fascista, la Sicherheits, comandata dal fascista Fiorentini.
E anche in queste terre i partigiani pagarono un tributo di sangue per la nostra liberazione.
Ricordiamo i caduti di Portalbera:
- Franco Cavanna, della Divisione “Aliotta”, brigata “Crespi”, ucciso dai fascisti della Sicherheits il 20 gennaio del 1945;
- Pasquale Rovati, Carlo Manelli, Pietro Algeri, e Marco Bertani della Divisione “Aliotta”, brigata Gramigna, che insieme due civili, Carlo Covini e Angelo Luigi Lanzani, furono uccisi il 24 novembre 1944, in una imboscata tesa dai nazifascisti;
- Peppino Carini, della Divisione “Gramsci”, brigata Gramigna, ucciso il 26 aprile, da un gruppo di fascisti, sulla strada per San Cipriano.
- Arnaldo Negri, civile, antifascista, fucilato dalla Sicherheits il 28 marzo del 1945;
- il Sottotenente Pietro Chiesa, ucciso dai tedeschi subito dopo l’8 settembre, considerato dagli storici il primo dei caduti della resistenza
I partigiani, gli antifascisti, i partiti del CLN, che con la loro lotta hanno contribuito a sconfiggere i fascisti ed i nazisti, ci hanno dato la dignità di poter rivendicare un trattamento diverso da quello che ci sarebbe spettato.
L’Italia non uscì dalla guerra come un paese sconfitto, ma come un paese in cui il popolo aveva contribuito a sconfiggere il nazifascismo, ovviamente insieme agli eserciti alleati.
Il CLN: l’unione di tutte le forze democratiche
Ma chi erano gli italiani che si ritrovarono a combattere nelle file partigiane? Chi erano i componenti del CLN?
Erano italiani di tutte le idee politiche, e si riconoscevano in tutti i partiti che volevano ridare all’Italia la libertà perduta.
Elenchiamoli tutti:
- Democrazia Cristiana
- Partito Comunista Italiano
- Partito d’Azione
- Partito Democratico del Lavoro
- Partito Liberale Italiano
- Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
Come si vede la lotta di liberazione vide insieme tutti i partiti, di destra e di sinistra. La Resistenza non fu “una cosa di sinistra”, come in molti forse credono.
L’antifascismo non fu una lotta fra “comunisti e fascisti”. L’antifascismo fu la lotta di tutte le forze politiche libere contro la dittatura fascista.
La Costituzione, figlia della Resistenza
Una volta finita la guerra i partiti del CLN si ritrovarono insieme ad altre forze politiche democratiche, come, ad esempio, il partito Repubblicano, a scrivere insieme la Costituzione Italiana.
La Costituzione non è una legge come le altre.
Essa rappresenta un insieme di valori che trovava d’accordo tutti i partiti che avevano liberato l’Italia: il diritto alla libertà di espressione e di parola, ad un lavoro dignitoso, alla salute, all’istruzione, a scegliersi un governo.
E tutto questo senza differenza di genere, condizione sociale, religione, etnia (o, come si usava dire in quegli anni, “razza”).
Nella Costituzione i partiti democratici hanno suggerito la strada per creare una nazione prospera e libera. Certo, molte delle cose scritte nella costituzione non sono state realizzate.
Ad esempio, l’articolo 36 dice:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità’ e qualità’ del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa
e sappiamo bene che purtroppo non è così. Ma la colpa non è della Costituzione. Essa ci indica la strada, e tocca a noi seguirla.
Ci sono ancora due cose che devo dire prima di concludere.
La prima è l’essenza antifascista della Costituzione. Qualcuno dice che l’antifascismo non sta scritto nella Costituzione. Potrei rispondere velocemente dicendo che è scritto nella 12a norma finale, che recita
“E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.”
Ma in realtà l‘antifascismo è dentro ogni parola della Costituzione.
L’articolo 1 dice che la sovranità appartiene al popolo: cosa c’è di più lontano dall’ideologia fascista che negò al popolo il diritto di scegliersi i propri rappresentanti?
L’articolo 21 garantisce la libertà di espressione e tutela la stampa: cosa c’è di più lontano dall’ideologia fascista che negò la libertà di parola e chiuse tutti i giornali dell’opposizione, arrivando a bruciarne le sedi?
L’articolo 36 e l’articolo 40 riconoscono diritti ai lavoratori e anche la possibilità di scioperare per ottenere i loro diritti: cosa c’è di più lontano dall’ideologia fascista che picchiava e uccideva i sindacalisti e i lavoratori in sciopero e incendiava le sedi sindacali?
L’articolo 33 dichiara che l’insegnamento è libero: cosa c’è di più lontano dall’ideologia fascista che costringeva gli insegnanti a giurare fedeltà al fascismo e a insegnare come e cosa voleva il governo?
Si potrebbe continuare citando tutti gli articoli della prima parte della Costituzione, ma la realtà è una sola: quei valori sono valori antifascisti, quei valori sono i valori che Democristiani, Liberali, Comunisti, Socialisti, Repubblicani, Azionisti hanno scelto insieme, di comune accordo, e che ci hanno dato la possibilità di vivere in pace.
Nel nostro paese, ovviamente, ogni persona ha garantiti questi diritti. Sono diritti di tutti coloro che nel nostro paese nascono o vengono a vivere.
Sono diritti che lo stato democratico riconosce anche a chi oggi si continua a definire fascista, ma con un chiaro limite: se è vero che a nessun uomo può essere impedito di avere le sue idee, per quanto deprecabili esse possano essere, è altrettanto vero che ci sono idee che non possono essere messe in pratica.
Ad esempio, nessuno potrebbe essere messo in carcere solo perché dice che rubare è giusto. Ma nel momento in cui passa dalla parole ai fatti, nel momento in cui ruba veramente, allora è giusto che lo stato intervenga a far rispettare la legge.
Così è oggi, nell’Italia libera e democratica, anche per chi si ritiene fascista: è libero di parlarne al bar o con gli amici.
Ma le idee del fascismo non devono più fare danno al Paese.
Quei valori non hanno diritto di essere diffusi, non possono diventare azione politica. Non possono esserci partiti che si rifanno direttamente, in modo palese o nascosto, a idee fasciste, idee che predicano la violenza, limitano la libertà, discriminano in base alle idee, alla religione, alla etnia, alla cultura.
Ma voglio aggiungere che chi oggi, pur venendo da una storia fascista, rinnegasse veramente quelle idee nefande, quei crimini, chi oggi chiedesse scusa per tutto quello che è stato il ventennio fascista, chi scegliesse la strada della democrazia, la strada della Costituzione, avrebbe il mio perdono, e potrebbe stare al mio fianco in questo giorno di festa.
E’ il senso della conclusione del bellissimo libro “Caduti in volo”, che il vostro sindaco, Maurizio Gramegna, ha scritto a proposito di un triste episodio della Resistenza avvenuto proprio qui a Portalbera:
Un comandante partigiano e un ufficiale fascista si strinsero la mano. […] La riconciliazione dell’uomo con l’uomo, dei padri coi figli, dei fratelli coi fratelli, quella era la missione per cui valeva la pena continuare a vivere.
La seconda delle cose che volevo dire per concludere è la risposta al titolo: cosa ci unisce e cosa ci divide.
Nel lungo discorso ho parlato di Storia e di valori, e quindi la risposta dovrebbe essere chiara.
Ma c’è una cosa semplice semplice, bella come tutte le cose semplici, che ci unisce e che è il simbolo della liberazione.
E’ una canzone che parla di libertà e di amore per la propria terra. E’ una canzone che è diventata il simbolo di tutti i popoli che lottano per la libertà, in tutte le parti del mondo.
E’ “Bella ciao”.
E’ la canzone che unisce tutti coloro che credono nei valori della nostra Costituzione. Dovrebbe essere insegnata e cantata da tutti quelli che si sentono liberi, e vogliono continuare ad esserlo.
Ed è per questo che vi chiedo adesso di cantarla con me.
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