Da più parti si sostiene che la Scuola Statale sia un costo che forse potremmo ridurre a vantaggio di altre voci di spesa pubblica.

Non si può parlare di spesa pubblica, e più in generale di modello di società, senza avere dei valori ideali di riferimento, e questo vale anche per la scuola. Una volta scelto un punto di vista ideale, ne consegue che le azioni e le proposte non possono prescindere da una lucida analisi dei dati.

Il punto di vista che, penso, possa essere comune per tutti gli italiani, lo troviamo scritto proprio nella nostra carta costituzionale:

Art. 3 (….) È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

Art. 4 :La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. (…)

Art. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. (…)

Art. 34: La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. (…)

La sintesi che si può trarre dagli articoli ricordati è che la scuola pubblica ha il compito di promuovere la crescita dell’individuo, facendolo diventare cittadino libero e consapevole e consentendogli di partecipare attivamente alla crescita economica e civile del proprio Paese. In poche parole: la scuola ha il compito di formare gli Italiani e far si che questi rendano civile e prospero questo paese.

Non è un compito irrilevante: anche se nella Costituzione non c’è nessun articolo che tratti esplicitamente questo tema, come, ad esempio, accade per gli organi di governo e di garanzia (dal “Titolo Primo” al “Titolo Sesto”), è evidente che i Padri Costituenti individuarono la Scuola come elemento fondamentale del nascente Stato Repubblicano. Posso sicuramente affermare che senza una Scuola degna di questo nome, il dettato degli articoli 3, 4, 9 diventa irrealizzabile.

Quindi la scuola è fondamentale per la tenuta del nostro paese, con i livelli di civiltà e democrazia che conosciamo (e, se possibile, migliorarli).

Dato per assodato questo comun denominatore, va poi rilevato che uno dei temi di dibattito più cruento è quello sul ruolo della scuola pubblica e il rapporto con le scuole private.

Innanzitutto occorre qui una chiarificazione dei termini. Esiste una netta differenza fra “pubblica” e “statale”. La scuola che conosciamo noi è statale, nel senso che è gestita dallo Stato, direttamente o indirettamente, cioè dalle sue emanazioni periferiche: regioni, province e comuni. La riforma del titolo V della Costituzione ha cambiato il modo di rapportarsi dei soggetti, introducendo il principio di sussidiarietà e stabilendo che, in generale, per molti servizi intervengono innanzitutto le regioni e gli enti locali in genere e solo successivamente, in “sussidio”, lo stato centrale. Tuttavia questo non si applica a tutto l’intero sistema di istruzione: alle regioni spettano compiti solo in materia di  formazione professionale, tutto il resto è competenza statale.

La scuola Statale, comunque la si voglia intendere, è anche Pubblica per definizione, nel senso che l’accesso ad essa è garantito a tutti gli italiani e ai cittadini residenti stabilmente nel nostro paese, anche se non cittadini italiani, sempre in osservanza del dettato costituzionale sopra riportato.

Tuttavia può essere considerata Pubblica anche una scuola non gestita, direttamente o meno, dallo Stato, ma gestita da soggetti privati, purché garantisca alcuni requisiti in termini di accesso e obiettivi. In questo caso avremmo dei soggetti privati che svolgono una funzione Pubblica. Niente di scandaloso, anzi, in certe condizioni, la collaborazione fra pubblico e privato può anche contribuire a migliorare l’efficienza dell’intero sistema.

Ecco quindi che si è fatta sempre più strada una idea: i privati sono liberi di costituire delle scuole e farle funzionare con l’aiuto, anche finanziario, dello stato, per offrire una alternativa alla scuola Statale, pur restando nell’ambito del servizio Pubblico. Si tratta di una forzatura dell’art. 33 della Costituzione che recita:

Art. 33: La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Se le scuole private garantissero pari dignità di accesso a studenti di ogni credo e idea, nazionalità e lingua, così come garantisce la scuola Statale, esse sarebbero perfettamente in linea con il dettato costituzionale.

Se le scuole private garantissero pari dignità di accesso e libertà di insegnamento a tutti i docenti, senza richiedere loro adesione a religioni o ideologie specifiche, e senza entrare nel merito dello loro libertà di insegnamento, che deve essere limitata solo dai valori costituzionalmente espressi, esse sarebbero perfettamente in linea con il dettato costituzionale.

Quindi, in linea teorica, potrebbero benissimo esistere scuole pubbliche gestite dai privati.

La teoria, però, è spesso solo una astrazione concettuale. Andiamo a vedere la realtà del dibattito.

Cominciamo con il porci una domanda: che ragione avrebbero dei privati a mettere in piedi una scuola e a mantenerla?

Solo due: una ragione potrebbe essere quella di coprire degli ambiti non gestiti dalla scuola pubblica. Si tratterebbe, verosimilmente, di scuole di specializzazione tecnico-professionale finalizzate a conseguire particolari qualifiche, spendibili a vari livelli nel mondo del lavoro. Ben vengano queste che, più che scuole, si configurano come centri di formazione specializzati. Tuttavia appare evidente che il loro ruolo cominci dopo l’espletamento dell’istruzione obbligatoria.

Una seconda ragione potrebbe essere quella di rivolgersi ad una utenza ben specifica, alla quale la scuola pubblica non appare soddisfacente. In effetti quando si chiede ad un genitore perché spende qualche migliaio di euro l’anno per mandare il proprio figlio in una scuola privata, scopriamo che le risposte sono abbastanza ricorrenti:

  • vorrei che mio figlio crescesse con insegnanti che condividono i nostri valori
  • non vorrei che mio figlio crescesse a contatto con ragazzi “problematici” (un eufemismo per non dire altro….. a nessuno piace passare per razzista o classista)
  • nella scuola statale ci sono insegnanti comunisti che inculcano le loro idee nella testa dei ragazzi
  • le scuole private sono migliori, più serie, di quelle pubbliche
  • le scuole private offrono una serie di servizi in più, ad esempio la mensa ed il tempo prolungato.

A parte quest’ultima osservazione, degna di tutto rispetto e sulla quale la scuola Statale dovrebbe interrogarsi, in quanto evidenzia una esigenza reale della nostra società, le altre obiezioni sono francamente risibili, degne della peggior propaganda politica, e, cosa ancor più inquietante, nascondono una idea della società che non ci appartiene, non è scritta nella nostra Costituzione, e cioè l’idea che esistano visioni ideali del mondo talmente superiori ad altre che non ritengano necessario il confronto democratico con coloro che la pensano diversamente. E’ questa la ragione per cui in una scuola privata cattolica non vedremo mai un bambino musulmano o un insegnante apertamente ateo. Questi verrebbero semplicemente rifiutati in quanto “non in linea con i valori della scuola”.

Una famiglia, musulmana, cattolica, protestante, laica, socialista, liberale o di qualunque credo e ideologia si voglia, ha tutto il diritto, legittimamente tutelato, di trasmettere ai propri figli i valori in cui crede, ma, dovendo questi figli crescere in una società complessa e imparare a confrontarsi con altri individui, diversi da loro, diventa necessario che i loro figli, sin da piccoli, frequentino, in modo protetto, persone diverse da loro, per sviluppare sin dai primi anni un atteggiamento aperto ed inclusivo.

Diversamente arriveremmo in poche generazioni ad avere scuole settarie ed esclusive che formano cittadini fanatici e chiusi ad ogni confronto. Io le definirei “scuole talebane”!

La scuola è quindi, anche in questo senso, il luogo in cui sin dai primi anni si impara ad essere cittadini di questo Paese, crescendo con gli altri cittadini, e ascoltando diversi punti di vista, in modo da formarsi, liberamente, senza condizionamenti, il proprio.

Per tutte queste ragioni la scuola statale è un bene prezioso che deve trovare tutte le necessarie risorse nelle politiche di spesa di questo paese, e quindi non solo oggi, in tempo di crisi economica, non possiamo permetterci di sprecare risorse preziose verso istituzioni formative non in linea con i nostri principi costituzionali, ma non dobbiamo neanche porci il problema di farlo in futuro.

Semmai è doveroso che la scuola Statale si faccia carico di nuove esigenze che le famiglie hanno, anche a causa dei mutamenti nella società di questi anni, ma questo rientra in un più generale discorso sulla riorganizzazione dell’offerta formativa e del ruolo che la scuola statale deve garantire e ricoprire in un territorio.

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