Testo del discorso pronunciato a Portalbera come oratore ANPI
Cari cittadini e cittadine di Portalbera, vi ringrazio e ringrazio il vostro sindaco per aver ospitato il momento di ricordo di questa data così importante.
Si celebrano quest’anno 81 anni dalla Liberazione dal nazifascismo; e ricorrono inoltre gli 80 anni della nascita della nostra Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che ci ha donato la nostra Carta fondamentale.
Ottant’anni ininterrotti sono un traguardo significativo per una Repubblica democratica.
Non sono molte le nazioni che possono vantare una tale continuità, pur trattandosi, in altri casi, di Paesi con una storia unitaria ben più lunga della nostra.
Questi ottant’anni non sono stati semplici. Sono, all’incirca, gli anni che ci separano dal baratro della Seconda guerra mondiale; gli anni che hanno visto nascere il sogno europeo, cresciuto tra incertezze e contraddizioni, talvolta anche gravi.
Anni in cui abbiamo assistito alla fine del colonialismo di stampo ottocentesco.
Abbiamo visto il mondo dividersi in due blocchi contrapposti, poi il crollo di uno di essi, seguito dal il sorgere di un nuovo ordine fondato sul predominio di una sola potenza, ed oggi l’emergere di nuovi protagonisti sulla scena internazionale.
Sono gli anni in cui abbiamo creduto che le disuguaglianze tra ricchi e poveri del mondo potessero ridursi, che potessero prevalere l’umanità, la pace, la fratellanza.
E abbiamo invece dovuto assistere impotenti alla negazione, per interi popoli, del diritto ad una terra in cui vivere, come nel caso dei popoli palestinese, ucraino, curdo, solo per citarne tre. O vedere popoli vittime del proprio regime autoritario.
Oppure entrambe le cose, insieme, come nel caso dell’Iran dove la sofferenza per un regime autoritario si unisce all’orrore dell’aggressione da parte di due stati, USA e Israele, che hanno fatto a pezzi i più elementari principi del vivere civile, sia nei confronti di altri popoli che anche al loro interno.
Ci ritroviamo oggi immersi in quella che Papa Francesco ha definito “la terza guerra mondiale a pezzi”.
Quella stessa guerra che Papa Leone sta contrastando con la stessa energia e coraggio del suo predecessore.
Sono stati anche gli anni in cui abbiamo creduto nella possibilità di un ordine sovranazionale fondato sul diritto, rappresentato dall’ONU, per poi vederlo troppo spesso oltraggiato da chi agisce senza rispetto non solo per il diritto internazionale, ma anche per l’etica, la morale e i più elementari principi della convivenza civile.
Sono stati gli anni in cui la nostra Repubblica, nata dalla lotta di Liberazione dal fascismo e dal nazismo, ha navigato con fatica in un mare in tempesta, seguendo la rotta tracciata dalla Costituzione.
È allora giusto tracciare un bilancio e chiederci: che cosa ci hanno dato questi anni?
Che cosa ancora possono darci?
Quali speranze sono state deluse?
È importante tracciare questo bilancio e, nel farlo, partirei da un dato di fatto difficilmente contestabile.
Noi italiani siamo sempre più disillusi dalla politica: ci rechiamo a votare controvoglia.
Partecipiamo sempre meno alla vita dei partiti, che pure rappresentano un pilastro della democrazia parlamentare; ricorriamo ai sindacati sempre più come a strutture di servizio e consulenza, e sempre meno come luoghi di difesa collettiva dei diritti del lavoro, che è, tra l’altro, il principio fondante della nostra Repubblica.
Preferiamo agire in associazioni di volontariato, organizzazioni non governative, movimenti spontanei, mobilitazioni su singole cause.
Noi Italiani soffriamo i mali di un sistema Paese dal quale ci sentiamo traditi.
Eppure, il 22 e 23 marzo di quest’anno, così come già accaduto in passato, nel 2016 e nel 2006, abbiamo rialzato la testa per difendere la Costituzione e dire NO all’ennesimo tentativo di modificarne l’equilibrio.
A cosa può essere dovuto questo risveglio di coscienze?
Personalmente ritengo che in questa occasione, come in quelle passate, si sia trattato di un NO dal profondo significato politico, nel senso più nobile del termine.
Anche se il merito delle proposte poteva presentare aspetti degni di approfondimento, il rigetto è stato forte e netto:
- una alta partecipazione al voto, in controtendenza rispetto agli ultimi anni,
- per affermare con chiarezza che “la Costituzione non si tocca”,
- che non ci si fida di una classe politica percepita come incapace di amministrare il Paese,
- e che non si può mettere in discussione quella che è stata, e deve restare, la nostra stella polare.
Come si può spiegare questo legame con una Carta scritta ottant’anni fa?
La risposta sta in ciò che questa Carta ci ha dato.
E non mi riferisco soltanto agli undici principi fondamentali, che rappresentano pietre miliari per la loro chiara affermazione di uguaglianza, pace, libertà di culto e di pensiero, ma anche a quanto è scritto, con coerenza, nelle parti successive, che danno sostanza e concretezza a quei principi.
Eravamo un popolo di sudditi, chiamati a obbedire in silenzio, e ci è stato detto che “la sovranità appartiene al popolo”.
E ci sono stati dati gli strumenti per esercitarla:
- l’articolo 13 afferma che “la libertà personale è inviolabile”;
- l’articolo 14 che “il domicilio è inviolabile”;
- l’articolo 15 che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”;
- l’articolo 16 che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”;
- l’articolo 17 che “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”;
- l’articolo 21 che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Già leggendo gli articoli relativi ai rapporti civili possiamo cogliere la distanza profonda dal regime fascista da cui provenivamo, dove era sufficiente il sospetto di essere oppositori per essere fermati e trattenuti senza garanzie.
È importante capire da dove venivamo per comprendere il valore della Costituzione e del referendum del 2 giugno 1946.
Il fascismo fu un regime in cui il potere era concentrato in poche mani, sostenuto da relazioni clientelari, collusioni e da una censura che restituiva un’immagine falsata della realtà.
Dietro la retorica dei treni in orario si nascondevano condizioni di lavoro prive di sicurezza e dignità, senza possibilità di protesta.
Era un sistema in cui per lavorare bisognava essere fedeli al regime, e in cui la libertà di stampa era totalmente assente.
Fu un regime che, di fronte al fallimento della propria politica, trascinò il Paese in una guerra disastrosa.
La sua colpa non fu solo quella delle infami leggi razziali: fu una realtà totalitaria, corrotta e illiberale.
Spazzata via ottantuno anni fa.
Ma la Liberazione non ci ha restituito soltanto la libertà di pensiero e di azione.
Ci ha dato anche strumenti concreti per rendere effettivi quei diritti.
Tra questi, la centralità del lavoro, sancita dall’articolo 1 della Costituzione.
Per La Pira, Dossetti, Togliatti e per molti dei costituenti, era il lavoro a consentire a ogni cittadino di essere parte attiva della società.
È il lavoro a permettere a ciascuno di costruire il proprio futuro, sviluppare la propria personalità e contribuire alla crescita del Paese.
Questo principio trova piena espressione nella sezione dedicata ai rapporti economici:
- l’articolo 35 afferma che “la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”;
- l’articolo 36 stabilisce che il lavoratore ha diritto a una retribuzione dignitosa;
- l’articolo 37 riconosce i diritti delle donne lavoratrici e la tutela dei minori;
- l’articolo 38 garantisce assistenza a chi non può lavorare;
- gli articoli 39 e 40 sanciscono la libertà sindacale e il diritto di sciopero.
Grazie a questi principi sono state conquistate importanti tutele, come lo Statuto dei lavoratori del 1970.
E la Carta non si rivolge solo ai lavoratori dipendenti, ma anche a imprenditori e artigiani, riconoscendo il valore dell’iniziativa economica.
Una tradizione che nel nostro Paese ha avuto esempi straordinari, capaci di coniugare impresa e dignità del lavoro.
Lo esemplificò bene Adriano Olivetti, dirigente di un’impresa in cui il profitto non era il fine ultimo ma strumento per il benessere della società.
Parole che risuonano nell’articolo 41, che afferma la libertà dell’iniziativa economica, e ne pone limiti chiari: essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o recare danno alla dignità umana.
Un modello di sviluppo equilibrato, fondato sulla dignità della persona.
La Costituzione non ci ha dato solo libertà di agire e lavorare liberamente.
La libertà e l’uguaglianza si possono concretamente realizzare solo se abbiamo la possibilità di vivere in salute, e di essere e difesi quando ne abbiamo bisogno, senza essere penalizzati da condizioni sociali o altro.
Proprio come ci ricordano l’articolo 32 che parla di salute, e l’articolo 24 che parla di uguaglianza di fronte alla legge.
La libertà e l’uguaglianza si possono concretamente realizzare solo se tutti quanti abbiamo la possibilità di crescere, imparare, comprendere il mondo e avere strumenti culturali che ci rendano capaci di pensare con la nostra testa, per scegliere con consapevolezza e libertà.
Ecco il senso della scuola, che troviamo ribadito negli articoli 33 e 34.
Potremmo continuare a lungo, ma è già chiaro da questi richiami come la Costituzione abbia indicato una strada fatta di pace, giustizia, lavoro, istruzione, salute e libertà.
Quante di queste promesse sono state mantenute?
Tante, moltissime, soprattutto nella prima parte della storia di questa Repubblica.
Basti pensare
- all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978,
- alle conquiste del Lavoro negli anni 70,
- alla crescita della Scuola pubblica, a partire dalla riforma della scuola media nel 1962,
- agli interventi dello stato nell’economia finalizzati a favorire la crescita del Paese, come la nascita dell’ENEL nel 1962
- alle tante partecipazioni statali in imprese che hanno fatto grande il Paese, rendendolo una potenza economica.
- al ruolo avuto dall’Italia nella politica estera, ruolo di pace che negli anni ci ha reso protagonisti orgogliosi, dai trattati di Roma del 1957 che istituirono la CEE fino allo statuto di Roma del 1998 che ha istituito la Corte Penale Internazionale, passando attraverso anni di impegno diplomatico per la Pace che ci ha fato essere, pur se nel quadro delimitato dagli equilibri internazionali, un agente di pace e di fraternità fra i popoli.
Ma tante promesse sono ancora da realizzare.
E altre stanno venendo messe in discussione.
I diritti del lavoro vengono sempre più calpestati, subordinando il lavoro alle esigenze di una economia impazzita, sempre più lontana dai bisogni dell’Uomo e sempre più finalizzata all’accrescimento di un profitto a vantaggio di pochi, pochissimi individui, con in mano un potere enorme.
Il diritto alla salute viene sempre più negato, subordinando la salute alla disponibilità di denaro e ai capricci del mercato, in un contesto in cui lo stato sta ha abbandonando il modello di sistema sanitario universale e gratuito che tutto il mondo ci invidiava.
Il diritto all’istruzione viene sempre più minato da una strisciante limitazione dei diritti di espressione degli insegnanti, ridotti a burocrati che devono “impartire” insegnamenti finalizzati al successo economico o, peggio, alla trasmissione di una presunta superiorità di un Occidente inteso come modello culturalmente superiore e in pieno diritto di dominare sul resto del mondo.
Il diritto ad una giustizia uguale per tutti viene costantemente messo in discussione, come abbiamo anche recentemente visto in occasione del referendum del 22 23 Marzo, e non solo, se si pensa a tante leggi recenti che da un lato limitano la libertà dei cittadini e dall’altro favoriscono i reati tipici della cattiva amministrazione (come l’abuso di ufficio) o limitano il lavoro che le forze dell’ordine fanno per indagare e scoprire i colpevoli di reati, come è successo con la limitazione alle intercettazioni telefoniche o all’estensione della prescrizione di reati anche importanti.
Il diritto alla Pace ed il ripudio della guerra vengono progressivamente abbandonati in favore di una visione conflittuale del mondo, nella quale il sogno di una Europa libera e portatrice di pace, soccombe di fronte agli interessi di pochi paesi che intendono dominare la scena mondale a dispetto dei diritti dei popoli.
Questa nostra Costituzione, con quei valori nati da una guerra di liberazione, è stata una barca che ha saputo navigare in acque sempre più tempestose, e ci ha difeso.
Ma questa barca non va avanti da sola. La sua resistenza, la sua capacità di proseguire la giusta rotta, dipendono dal suo equipaggio.
E il suo equipaggio siamo noi, che attraverso partiti, sindacati, associazioni dovremmo trovare la forza per riportare questa barca sulla giusta rotta.
Questo significa innanzitutto adempiere ai nostri doveri di cittadini.
- Doveri di solidarietà politica, che significano partecipazione alla vita politica del paese, a dibattiti, iniziative, elezioni.
- Doveri di solidarietà sociale, e quindi uscire da una visione per cui la nostra singola e individuale libertà viene egoisticamente messa al di sopra di tutto, anche se danneggia il nostro prossimo. Nessuno di noi può essere veramente libero se non è altrettanto libero il proprio vicino di casa, il conoscente, e anche colui che non conosciamo ma vive e cammina sulla nostra stessa terra, umano come noi.
- Doveri di solidarietà economica, perché pagare le tasse, contribuire al bilancio del nostro paese, è la condizione necessaria per far sì che il nostro Paese possa realizzare tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere in pace, in salute, lavorare dignitosamente, studiare.
Dobbiamo tornare a rivendicare con forza tutte le promesse della Costituzione che non sono state mantenute.
Serve un equipaggio con le idee chiare, ancorato a valori antichi e sempre validi, e questo equipaggio ha bisogno di energie giovani, non compromesse dalla sottocultura corrotta e arrendevole che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni della vita della nostra Repubblica.
Servono forze giovani.
E i giovani lo hanno capito, sono stati principalmente loro il 22 marzo a difendere ancora una volta questa Carta, questa vecchia signora, che ha ancora tanto da insegnarci e di strada da percorrere con noi.
D’altra parte questa stessa Repubblica è nata proprio grazie al sacrificio di tanti giovani, 80 anni fa, e qui a Portalbera ne ricordiamo i nomi, come ogni anno, per non dimenticare il loro sacrificio:
- Franco Cavanna, della Divisione “Aliotta”, brigata “Crespi”, ucciso dai fascisti della Sicherheits il 20 gennaio del 1945;
- Pasquale Rovati, Carlo Manelli, Pietro Algeri, e Marco Bertani della Divisione “Aliotta”, che insieme a due civili, Carlo Covini e Angelo Luigi Lanzani, furono uccisi il 24 novembre 1944, in una imboscata tesa dai nazifascisti;
- Peppino Carini, della Divisione “Gramsci”, ucciso il 26 aprile, da un gruppo di fascisti, sulla strada per San Cipriano.
- Arnaldo Negri, civile, antifascista, fucilato dalla Sicherheits il 28 marzo del 1945;
- il Sottotenente Pietro Chiesa, ucciso dai tedeschi subito dopo l’8 settembre, considerato dagli storici il primo dei caduti della resistenza
Sta a noi, oggi, raccogliere questo testimone, custodirlo e consegnarlo alle generazioni future, perché la libertà conquistata non venga mai data per scontata, ma difesa ogni giorno, con responsabilità e coraggio.
Perché la libertà non è un dono per sempre: è una conquista che va rinnovata ogni giorno, con la memoria, con l’impegno, con la partecipazione. E oggi, come allora, dipende da ciascuno di noi.
È questo, in fondo, il senso più profondo del 25 Aprile: ricordare da dove veniamo per sapere dove vogliamo andare, e per continuare, insieme, a difendere e a costruire la nostra democrazia, realizzando quelle promesse contenute nella nostra Costituzione.
Salvatore Salzano, ANPI Stradella.
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