Voglio intervenire sul dibattito referendario, con la modestia di un “non addetto ai lavori” ma con la passione di un cittadino che ama il proprio paese.

Non per difendere una posizione di parte, ma per provare a discutere alcuni argomenti che negli ultimi tempi sono diventati quasi un luogo comune nel dibattito pubblico.

Premetto che sono per il NO alla riforma.

Tuttavia molte delle argomentazioni che vengono avanzate a suo favore contengono elementi che in parte possono essere condivisi, anche se andrebbero temperati e ricondotti alle loro dimensioni reali, e soprattutto esaminati alla luce del “sistema Italia”.

Ad esempio è vero che (come, purtroppo, in ogni campo della vita pubblica italiana) il CSM ha subito influenze deleterie e ha risentito di un malcostume indegno del suo ruolo. Tuttavia ha anche dimostrato di avere al suo interno la capacità di fare pulizia. Il caso Palamara ne è l’esempio più evidente: un comportamento scandaloso (venuto alla luce grazie a delle intercettazioni) da parte di un magistrato con un ruolo apicale e di altri quattro suoi colleghi che si accordano con due esponenti politici (Ferri e Lotti) per le nomine alla procura di Roma. Eppure proprio il CSM prima e la Cassazione poi hanno espulso Palamara dalla magistratura, e accolto le dimissioni degli altri quattro suoi colleghi, mentre i partiti politici hanno difeso Ferri e Lotti negando l’uso delle intercettazioni telefoniche, cioè di fatto li hanno salvati.

Ci sono poi anche i dati sui provvedimenti disciplinari adottati dal CSM, consultabili sul sito, che dimostrano come su poco meno di 200 interventi disciplinari all’anno, in oltre la metà dei casi le sanzioni arrivino e siano pesanti. In sintesi, il sistema magistratura sa fare giustizia al proprio interno molto più di quanto non avvenga per altri ordini o istituzioni. Sicuramente la magistratura è molto più capace di autoregolarsi di quanto non lo siano i partiti che oggi la espongono alla pubblica gogna.

Detto questo, c’è però un punto del ragionamento che spesso viene avanzato a sostegno di queste riforme e che merita di essere affrontato con grande attenzione: il ruolo del popolo nelle scelte importanti.

Si sostiene spesso che la gente non si fidi più della politica parlamentare e chieda di essere coinvolta direttamente nelle decisioni fondamentali. In parte questo è vero, e l’alto tasso di astensionismo lo conferma.

Ma possiamo veramente fare a meno della rappresentanza politica? Possiamo fare a meno di un luogo dove si affrontino per bene i problemi del paese e trasformare il delicato ruolo di mediazione politica in una lotta fra opposte tifoserie e “affidarsi al popolo” per “vedere chi vince” ? Possiamo veramente ignorare il ruolo del Parlamento?

Voglio ricordare che questa riforma è stata sostanzialmente imposta dalla maggioranza al governo, senza accettare un vero confronto con le opposizioni e con le parti interessate. Non è stata accettata nessuna modifica alla proposta del Governo!

Si tratta di un tema delicatissimo, che riguarda il concetto di “sovranità popolare”.

Vale la pena ricordare il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

È proprio in quelle forme e limiti che bisogna cercare una risposta. Certamente gli articoli 75 e 138 della Costituzione investono il popolo di una responsabilità, ma nello stesso tempo la delimitano. Il fatto, ad esempio, che alcune materie siano escluse dal referendum abrogativo ex articolo 75 è dovuto proprio al fatto che si tratta di argomenti complessi e delicati, che non è opportuno sottoporre a un giudizio popolare diretto. Ad esempio non è ammesso il referendum su temi di natura tributaria o di bilancio.

Non per nulla la nostra è una repubblica “parlamentare”, e non “assembleare”. Occorre affidare la formazione delle leggi e la gestione del governo a degli addetti ai lavori adeguatamente preparati, come dovrebbero essere i rappresentanti eletti.

La sovranità popolare, senza controllo, è un mito pericoloso. E non è una provocazione polemica: è una consapevolezza che emerge con grande chiarezza già nei lavori della Costituente.

Questo concetto fu espresso con grande lucidità da Luigi Einaudi nella seduta del 27 settembre 1946 dei lavori della seconda Sottocommissione.

Disse Einaudi (come riportato dai verbali dei lavori della Costituente):

“Scendendo al campo dottrinale, a proposito della premessa del rispetto della volontà popolare e della sovranità popolare, che oggi effettivamente non c’è altra formula dalla quale partire; ma si tratta soltanto di una formula e non di una verità scientificamente dimostrabile. Essa appartiene al novero di quei concetti che si chiamano miti, che sono, in sostanza, formule empiriche, accettabili in vista di determinati scopi (per esempio: trovare il migliore governo, stabilire un clima di libertà, evitare qualunque tipo di tirannia) ma che possono anche cambiare. In altri termini la formula della sovranità popolare non appartiene al novero delle verità scientifiche, indiscutibili, dimostrabili, che risultano dall’evidenza medesima delle cose; è piuttosto un principio di fede, e le verità di fede sono discutibili, non si impongono alla mente, ma solo al cuore e all’immaginazione. Il mito della sovranità popolare, che trae origine dal contratto sociale di J. J. Rousseau, è quindi utile per il raggiungimento di determinate finalità pratiche e non si può prescinderne nella vita politica attuale, ma occorre tener bene presente che non è una verità scientifica.”

Einaudi formulava questa osservazione come precisazione alla premessa espressa da Rocca il 5 settembre 1946, secondo cui nella Repubblica italiana la radice della sovranità sta nel popolo, da cui emana ogni potere, ma che deve essere esercitata attraverso i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario organizzati in modo razionale.

Gli stessi limiti della sovranità popolare furono richiamati anche da altri costituenti, ad esempio da Dossetti nella seduta del 3 dicembre.

Perché ricordare queste discussioni? Perché se in Italia abbiamo una classe politica incapace di fare buone leggi e di far funzionare una Repubblica tanto complessa in un momento così delicato, la soluzione non può essere un generico “ricorso al popolo”, nella speranza che il popolo sia capace di fare ciò che i suoi rappresentanti non sono stati capaci di fare negli ultimi trent’anni, e cioè, tra le altre cose, amministrare bene il funzionamento della giustizia.

Al contrario, è proprio quando uno o più degli altri poteri non si dimostrano all’altezza del loro ruolo che diventa necessario che la magistratura faccia da argine, vigilando — per quanto le compete — sul rispetto delle leggi da parte di tutti.

Vale la pena ricordare, a questo proposito, non solo che i magistrati sono tenuti ad applicare leggi scritte dal Parlamento (purtroppo ormai scritte sempre più spesso dal Governo), ma anche che l’articolo 110 della Costituzione stabilisce che il compito di far funzionare la giustizia spetta al Governo.

Per questo motivo appare pericoloso lasciare che una classe politica che ha dato, e continua a dare, pessima prova di sé possa intervenire su una Costituzione scritta con rigore, competenza ed equilibrio, da politici che avevano a cuore l’interesse di tutta l’Italia, e non solo di una parte.
E, ancor peggio, intervenire inserendo norme vaghe e potenzialmente destabilizzanti per l’equilibrio dei poteri.

Tutto ciò non è affatto adeguato alla delicatezza degli equilibri della nostra democrazia. La validità di questa riforma andrebbe discussa nel merito, e scopriremmo che è scritta male e nasconde seri pericoli per il funzionamento del Paese.

Vediamo solo due esempi di cosa contiene la riforma Nordio.

Ad esempio non è affatto chiaro come saranno composti i collegi giudicanti dell’Alta Corte disciplinare, quelli che dovrebbero giudicare il comportamento dei giudici. La riforma Nordio, all’articolo 4, si limita a stabilire che nei collegi giudicanti dovrà essere garantita la rappresentanza dei magistrati, ma sarà una legge ordinaria approvata a maggioranza semplice a decidere come saranno realmente giudicati i giudici. È quindi possibile che si arrivi a un collegio giudicante a maggioranza politica. Ed in tal caso i giudici sarebbero soggetti ad un giudizio da parte dei rappresentanti della politica. Come potrebbero mai indagare un politico?

Un altro esempio riguarda l’articolo 6 della riforma, che modifica l’articolo 107 della Costituzione limitandosi a sostituire il riferimento al singolo CSM con quello ai due CSM, lasciando però invariato il resto del testo. Nell’articolo 107 resta scritto, anche con la riforma proposta dal governo, che i magistrati non possono essere dispensati o sospesi dal servizio se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura.

Come potrà allora la nuova Alta Corte disciplinare irrogare sanzioni come la dispensa o la sospensione dal servizio se questa resta competenza del (o dei) CSM? Si crea una situazione paradossale: si sottrae al CSM il ruolo di giudice disciplinare dei magistrati, lo si affida all’Alta Corte, ma si lascia allo stesso CSM il potere di applicare le sanzioni.

Ci si trova quindi di fronte a una riforma della Costituzione che non solo non risolve nessuno dei problemi indicati dai sostenitori del Sì, ma è stata anche scritta in modo estremamente confuso, perdendo di vista l’equilibrio complessivo della struttura. Il rischio concreto è quello di creare nuovi contenziosi fra organi dello Stato per l’attribuzione dei poteri.

Si può davvero accettare una riforma della Costituzione scritta in questo modo, senza un vero dibattito parlamentare e presentata all’opinione pubblica per ciò che in realtà non è?

Se dovesse passare il Sì non sarebbe, purtroppo, la “vittoria della sovranità popolare”, ma piuttosto la vittoria del populismo: appellarsi a drammatici fatti di cronaca, come la vicenda dei “bambini della casa nel bosco”, per scardinare l’ultimo argine istituzionale rimasto nel sistema italiano appare un’operazione profondamente irresponsabile.

Per queste ragioni, più che una scelta ideologica, il voto NO diventa semplicemente una scelta di prudenza costituzionale. Come già avvenne nel 2016 contro la riforma Renzi, chi vuole cambiare la Costituzione — che sia di destra o di sinistra — dovrebbe prima dimostrare di aver fatto tutto il possibile per amministrare bene questo Paese.

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