L’articolo scritto dalla professoressa Saraceno su Repubblica del 1 Novembre è, a mio avviso, così vero ed essenziale che dovrebbe essere letto da tutti. Lo allego in fondo per chi non fosse riuscito a leggerlo, e rimando al link per chi fosse abbonato

Saraceno ci pone una domanda: cosa significa merito? Chi è che merita veramente?

La risposta che dà nel suo articolo è chiarissima, e mi va di riprenderla a mia volta con alcune domande che rivolgo proprio ai voi, miei cari studenti.

Una frase oggi ritorna spesso nei discorsi delle persone, anche di quelli che, in buona fede, vorrebbero trovare una uscita al degrado in cui viviamo: le risorse vanno investite, date, distribuite a chi “merita”. Il corollario di questa idea è “basta aiutare i lazzaroni”. Questi discorsi li sentiamo relativamente a tanti aspetti, dal reddito di cittadinanza ai servizi del welfare, come la Sanità.

A me interessa parlare di Scuola e quindi vi chiedo: a chi dovrei dedicare il maggior impegno nel mio lavoro?

La domanda è necessaria, perché il mio tempo e le mie energie non sono infinite, e quindi devo capire come comportarmi con voi, chi aiutare maggiormente, mettendo in chiaro subito che la parola aiuto non significa affatto “regalare voti”, ma dedicare allo studente attenzione e tempo.

Dovrei dedicare più energie al vostro compagno che parte svantaggiato (ma si impegna, studiando, per migliorare sé stesso e il mondo intorno a lui) perché magari a casa non ha i genitori pronti a rispondere alle sue domande o non ha i soldi per permettersi le lezioni private?

Oppure dovrei dare la maggior parte del mio tempo al vostro compagno che avuto la fortuna di nascere in una condizione di favore e, con un minimo di sforzo, riesce a primeggiare?

Oppure dovrei trattarvi tutti in egual modo e lasciare che emergano i “migliori”?

E’ una domanda complessa: immagino già la vostra risposta, mi direte “quello che conta sono i voti che uno prende alle verifiche”.

Già, cari studenti, ma lo sapete meglio di me: quei voti, quelle verifiche, quelle interrogazioni, guardano solo “l’ordine di arrivo della corsa”, ma non come erano posizionati i corridori alla partenza, o cosa hanno trovato sulla loro strada durante la corsa.

Se non mi ponessi queste domande, potrei anche essere licenziato subito, insieme a tutti i miei colleghi, inutili quanto me: basterebbe Youtube e qualche buon libro e poi un esame finale per sapere chi promuovere e chi bocciare.

E invece no! il mio lavoro di docente è importante proprio perché cerco di capire cosa aspettarmi da ciascuno di voi, vi scruto, cerco di capire fin dove potete arrivare, e vi pongo traguardi anche diversi, ma fatti apposta per chiedere a tutti, proprio a tutti, tanto, tanto impegno. Le mie lezioni non servono a dirvi cosa dovete ripetermi a memoria, ma ad aprirvi la mente, a farvi ragionare, a chiarirvi quei concetti ai quali non arrivate da soli.

Ai bravi, a quelli che possono avere aiuto dalla loro famiglia, o, semplicemente, a quelli che hanno doti particolari, cerco di porre obiettivi anche più ambizioni che non ai loro compagni: perché accontentarsi di avere poco dalla scuola quando si può avere tanto?

A chi invece annaspa nelle difficoltà della vita, fa fatica, anche perché magari nessuno ha mai pensato di aiutarlo a tirare fuori il meglio di sé, cerco di dare molta più energia, e gli chiedo di mettere tutto il suo impegno per fiorire e far vedere al mondo che non è da meno degli altri.

Capirete allora che non esiste riconoscimento del merito se non si mette ciascuno in condizione di farcela. Questa cosa si chiama inclusione. Senza di essa il “merito” è solo un trucco scorretto per fare in modo che, generazione dopo generazione, chi è avanti nella vita continui a restare avanti, chi è indietro resti indietro.

L’inclusione è proprio la prima condizione per parlare di merito: cercare di accogliere, eliminare gli ostacoli e mettere tutti in condizione di dare il massimo. E magari stimolarvi affinché anche voi impariate ad aiutarvi a vicenda, no lasciando indietro chi è più fragile.

Includere, aiutare e poi riconoscere l’impegno. Sono le due gambe su cui deve reggersi non solo la scuola, ma la società intera. Senza il riconoscimento dell’impegno avremmo una scuola che non insegna nulla a nessuno, perché non chiederebbe nulla e darebbe ancora meno. Senza inclusione avremmo una scuola che potrebbe anche fare a meno di esistere, perché, come disse Don Milani, sarebbe come un ospedale che cura i sani e manda via i malati.

E’ questo il senso dell’articolo della professoressa Saraceno

E’ questo il senso che do al mio lavoro.

E’ questo il senso che la Costituzione assegna alla scuola.

Poi, magari, sarebbe a questo punto necessario aprire il discorso sulla valutazione: come faccio, realmente, a valutare l’impegno? Con una verifica o una interrogazione a fine mese? Ma di questo magari ne parleremo un’altra volta.

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